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Arriva l’etichetta “salva clima” I prodotti dicono quanto inquinano

Le aziende che aderiscono al progetto dell’associazione misurano quanto i loro articoli emettono in termini di CO2: dalla fase di produzione a quella di smaltimento finale. E lo comunicano al consumatore finale che è libero di scegliere quale stile di vita adottare per non incidere sull’ambiente. Le aziende in questo modo possono virare verso scelte di produzione più sostenibili di LINDA VARLESE

RASPARENZA e consumo responsabile. Potrebbero essere queste le parole d’ordine dell’iniziativa promossa da Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia. Un’etichettatura dei prodotti che non preveda solo la nomenclatura degli ingredienti secondo le regole dettate dall’Unione Europea, ma che contempli un’informazione ulteriore: quella sull’impatto ambientale di cui questi prodotti sono responsabili. Che spieghi, in altre parole, qual è l’impronta degli articoli in termini d’inquinamento e di emissioni di CO2 durante tutto il ciclo di vita, dalla produzione fino allo smaltimento.

Si chiama ETICHETTA PER IL CLIMA e consente alle aziende che aderiscono all’iniziativa di poter tracciare i propri prodotti fornendo al consumatore un dato numerico sintetico espressione di quanto quel prodotto “incide” sull’ambiente. “In Europa e nel mondo questo genere di attività è già in forte espansione”, commenta Andrea Poggio, presidente della Fondazione Legambiente Innovazione, “in Inghilterra, ad esempio, tramite la Carbon Footprint, sono già oltre 25 mila i prodotti tracciati, oltre 10 mila negli Stati Uniti, la Francia ha siglato un accordo con la grande distribuzione affinché si prosegua con questa grande politica di trasparenza e di innovazione”. “In Italia ci stiamo muovendo”, prosegue Poggio, “ma non è ancora abbastanza”.

Sul sito www.viviconstile.org 1, infatti, sono catalogate un centinaio di aziende con relativi prodotti: dalle passate di pomodori, alle stampanti, ai televisori, ai meloni, fino ai crackers, ma anche i menu completi. “Scopriamo così  -  dichiara Andrea Poggio -  che il menu vegetariano proposto dall’Agriturismo Il Campagnino costa all’ambiente 1.060 grammi di CO2, mentre il menu di carne ben 8.350 grammi, otto volte di più. Di fianco al prezzo, potrebbe dunque comparire su qualsiasi prodotto, anche il costo ambientale. E’ quello che ha fatto Legambiente con l’istituto Ambiente Italia, scoprendo così le emissioni di CO2 di diversi articoli, tra cui lampadine, passate di pomodoro, stampa di carta, meloni, adesivi per parquet, biscotti e imballaggi. Con queste aziende, inoltre, siamo stati pionieri della prima comunicazione ambientale sul prodotto rivolta al consumatore finale”.

Come si fa ad essere credibili? “Ci mettiamo la faccia noi di Legambiente, attraverso studi scientifici fatti dall’istituto Ambiente Italia, ma tutto il ciclo di misurazione può essere osservato leggendo la scheda che accompagna ogni etichetta di prodotto. Ogni momento di vita, dalla produzione del prodotto all’impatto di utilizzo fino allo smaltimento finale viene illustrato e raccontato dall’azienda ed è consultabile sul sito” dice ancora Poggio. “Chiediamo al ministro Clini di fornirci un sitema di regole certo attraverso il quale sia più facile operare ed orientarci”.

“Sono sempre più numerosi i cittadini che presterebbero attenzione ad un indicatore sintetico, un voto, un giudizio sulle conseguenze ambientali delle proprie scelte di consumo e della fruizione di servizi – ha ribadito Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. “Le aziende si assumano quindi la responsabilità di misurare l’impatto dei propri prodotti e di dichiararlo in un modo verificabile, così i cittadini che scelgono sulla base di tali dichiarazioni saranno consapevoli delle conseguenze ambientali che li coinvolgono. In questo modo, le aziende sono stimolate ad innovare le produzioni per renderle più sostenibili e i cittadini a cambiare consumi e stili di vita. E’ questa la green economy in cui crediamo”.

8/10/12 Repubblica.it

La nostra risposta all’acqua

CONTRO OGNI MINACCIA DI PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA PUBBLICA, L’ASSOCIAZIONE “NON UNO DI MENO”, HA PROPOSTO UNA MODIFICA DELLO STATUTO COMUNALE DI SAN LORENZO IN CAMPO

qui di seguito l’integralità del testo:

ASSOCIAZIONE “NON UNO DI MENO”

Via Giovanni XIII, n. 28- 61047 San Lorenzo in Campo (PU)

Codice Fiscale: 90038320413

www.nonunodimeno.it

info@nonunodimeno.it

Alla cortese attenzione

dell’Amministrazione comunale di San Lorenzo in Campo

e p.c. Sindaco del Comune di San Lorenzo in Campo

Sig. Di Francesco Antonio

e p.c. Assessore all’Ambiente, Territorio ed  Associazioni del

Comune di San Lorenzo in Campo

Sig. Berti Vincenzo

OGGETTO: Modifica dello Statuto comunale di San Lorenzo in Campo per la salvaguardia dell’acqua bene comune

Con la presente l’Associazione “Non uno di meno” con la finalità di tutelare l’acqua pubblica come bene e diritto umano inalienabile

CHIEDE

all’Amministrazione comunale di San Lorenzo in Campo di modificare lo Statuto comunale con l’inserimento dell’articolo riportato qui di seguito:

Articolo da inserire nello Statuto comunale: “Il Comune di San Lorenzo in Campo riconosce l’acqua quale patrimonio dell’umanità, bene comune pubblico e diritto inalienabile di ogni essere vivente.

Si riconosce il “Diritto umano all’acqua”, ossia l’accesso alla risorsa idrica come diritto umano, naturale, indivisibile ed inalienabile.

Il servizio idrico integrato è di interesse generale ed è un servizio pubblico locale privo di rilevanza economica, in quanto servizio essenziale per garantire l’accesso all’acqua per tutti e pari dignità umana ai cittadini.

La proprietà delle infrastrutture e delle reti del servizio idrico integrato è pubblica ed inalienabile. La gestione del servizio idrico integrato è effettuata da soggetti pubblici.”

Certi di una Vostra celere approvazione di tale modifica, vista l’importanza e l’attualità dell’argomento, si porgono cordiali saluti.

San Lorenzo in Campo; 02 Giugno 2012

per l’Associazione “Non uno di meno”

Diego Feduzi

“movimento per l’acqua”

“La Repubblica siamo noi”

Da piazza Esedra a San Giovanni 5mila persone si sono ritrovate in corteo per “riaffermare la necessità che venga rispettato il voto del referendum di giugno 2011″. Partito anche un “avvertimento” in merito alla vendita del 21% di Acea: “Sarà una goccia a far traboccare il vaso”. Hanno sfilato anche i terremotati dell’Emilia, i gruppi contro le discariche e i NoTav

di MARCO CIAFFONE e MAURO FAVALE

“Il voto va rispettato”. Non poteva essere più chiaro il riferimento al referendum del giugno 2011, il cui risultato vide prevalere nettamente la difesa dell’acqua come bene pubblico. I movimenti che sostennero l’iniziativa referendaria sono tornati in piazza. Circa millle persone si sono riunite a piazza Esedra e hanno iniziato la “marcia” alle 15.30. All’arrivo a piazza San Giovanni, alle 18, i manifestanti erano 5mila.

Il corteo da piazza Esedra a San Giovanni

Tra i manifestanti le bandiere di Cobas, Federazione della Sinistra, Verdi e Movimento 5 stelle. Tra gli slogan, si rivendica che il “13 giugno 2011 io c’ero” e si lancia la provocazione: “Sarà una goccia a far traboccare il vaso”. L’obiettivo della protesta, per i romani, è chiaro: la vendita del 21% delle quote di Acea ai privati. “Significa svendere l’acqua dei romani”, affermano i manifestanti prima di spiegare con uno striscione il senso che danno alla ricorrenza di oggi: “La Repubblica siamo noi”. Su Twitter, invece, il profilo di Acqua Bene Comune cinguetta: “Insomma, tra noi e la parata militare vinciamo noi mille a zero”.

E l’ottica nazionale non manca; sfilano infatti anche i terremotati dell’Emilia, perché “Il terremoto ci ha tolto case e lavoro ma nessuno può toglierci la res publica”.

Con loro, i gruppi che protestano contro le discariche previste intorno alla capitale e in Campania, oltre ai NoTav.

Pd. Umberto Marroni, caogruppo del Pd in Campidoglio, afferma: “L’infausto progetto di svendita di Acea targato Alemanno è in palese contrasto con il referendum popolare, anche alla luce di ciò ribadiamo al sindaco la richiesta di accantonare l’illegittima delibera 32 e di iniziare finalmente la discussione del bilancio visto che mancano solo 29 giorni alla scadenza dei termini di legge”.

Per Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, “Il modo migliore per festeggiare la Repubblica è quello di marciare con il popolo dell’acqua”.

Idv. “Giù le mani dall’acqua pubblica!”. E’ quanto scrive sul suo profilo Facebook Antonio Di Pietro: “L’Italia dei Valori, che lo scorso anno ha promosso e sostenuto i referendum contro la privatizzazione dell’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento, partecipa alla mobilitazione. L’acqua non è una merce, ma un bene dell’umanità e, pertanto, appartiene a tutti. Per questo, l’Idv vigilerà affinché la volontà popolare espressa attraverso il voto referendario sia rispettata pienamente. Non consentiremo a nessuno di calpestare la democrazia e di sacrificare gli interessi collettivi in nome delle lobby e dei potenti”.

Sel. “La mobilitazione rappresenta un’alternativa  concreta alle politiche neo liberiste di privatizzazione come quelle portate avanti dal governo Monti e, a livello locale da Alemanno su Acea” afferma l’esponente di Sel Paolo Cento.”A partire dalla Regione Puglia, unica regione che ha avviato la ripubblicizzazione dell’acquedotto e che ha impugnato davanti alla Corte Costituzionale l’obbligo di privatizzare i servizi locali, Sel è impegnata con sindaci e amministratori locali a difendere in tutto il territorio nazionale l’esito referendario per l’acqua bene comune come contenuto decisivo anche per costruire un’alternativa di governo nel nostro Paese”.

2 Giugno 2012 Repubblica.it

La nuvola nera del ‘cloud computing

News – 17 aprile, 2012

Cosa si nasconde dietro la condivisione di immagini, canzoni o semplici documenti in rete? Per scoprire l’impatto sul clima del ‘cloud computing’ lanciamo oggi “How Clean is your Cloud?”, un’analisi delle scelte energetiche di 14 aziende IT.
martedì 17 aprile 2012 Apple Headquarters in Cupertino, CA © Jakub Mosur / Greenpeace

Grazie alle nuove tecnologie della nuvola digitale è possibile scambiare informazioni via etere in quantità e con una rapidità sempre maggiore. Ma a quale prezzo?

Lo studio di Greenpeace evidenzia che nomi importanti a livello mondiale come Apple, Amazon e Microsoft continuano a utilizzare il carbone e l’energia nucleare per alimentare i propri data center. Due fonti sporche e pericolose che minacciano il clima e la salute dell’uomo. Convincili a cambiare!

Di seguito la classifica valutata su oltre 80 data center alimentati dalle 14 compagnie IT.Le percentuali si riferiscono al Clean Energy Index elaborato da Greenpeace sulla base della domanda elettrica (in megawatt) degli impianti e della percentuale di energia rinnovabile utilizzata dagli stessi:

1. Yahoo! (56,4%);
2. Dell (56,3%);
3. Google (39,4%);
4. Facebook (36,4%);
5. Rackspace (23,6%);
6. Twitter (21,3%); 7. HP (19,4%);
8. Apple (15,3%);
9. Microsoft (13,9%);
10. Amazon Web Services (13,5%);
11. IBM (12,1%);
12. Oracle (7,1%);
13. Salesforce (4,0%).

Se il comparto del cloud computing non farà passi avanti verso politiche energetiche pulite e sostenibili, le conseguenze per il clima potrebbero essere catastrofiche. Alcuni data center, infatti, consumano quanto 250 mila case europee, mentre se la “nuvola digitale” fosse uno Stato, la sua domanda di energia elettrica sarebbe la quinta al mondo, dato che triplicherà entro il 2020.

Gli edifici che ospitano i data center sono talmente grandi da essere visibili dallo spazio. Ovviamente per alimentare le macchine che si trovano all’interno di queste strutture, il quantitativo di energia che deve essere utilizzato è davvero enorme.

Consapevoli dei rischi, alcune aziende hanno già preso una posizione decisa nei confronti dell’ambiente, scegliendo di utilizzare una percentuale di fonti rinnovabili per alimentare i propri giganti elettronici. Nomi come Google, Yahoo! e Facebook spiccano infatti nella classifica pubblicata da Greenpeace.

Ma bisogna fare molto di più.

Crediamo sia giunto il momento che tutte le aziende compiano un passo verso politiche energetiche più trasparenti, condividendo soluzioni innovative per migliorare il settore, sviluppando i data center dove siano disponibili energie pulite e aprendo una collaborazione con governi e fornitori per la distribuzione di reti elettriche rinnovabili.

Leggi il rapporto “How Clean is your Cloud?“.

Nuvola digitale. Quanto è pulita?” il briefing in italiano.

greenpeace.it

Rispetta l’ambiente e sei felice vince il modello del Costarica

Il X Forum internazionale dell’Informazione per la Salvaguardia della Natura, organizzato dall’associazione culturale, quest’anno avrà sede a San José dal 30 ottobre al 3 novembre. Raccontando la storia di una nazione-modello per le politiche ambientali di SARA FICOCELLI

Rispetta l'ambiente e sei felice vince il modello del Costarica

SECONDO il World Database of Happiness, il Costa Rica è il Paese più felice del mondo. E’ anche per questo che il X Forum internazionale dell’Informazione per la Salvaguardia della Natura, organizzato dall’associazione culturale Greenaccord, quest’anno avrà sede qui, perché una nazione che adotta politiche ecosostenibili ed è sensibile alle tematiche ambientali e alla loro divulgazione, è sicuramente anche un posto “felice” in cui vivere, e viceversa.

“E’ il Governo del Costa Rica ad aver scelto noi – spiega il presidente di Greenaccord, Alfonso Cauteruccio – : siamo stati invitati a trasferire il nostro Forum lì perché ritenuto un evento internazionale perfetto per far conoscere al mondo il modo in cui questa nazione valorizza il proprio capitale naturale”.

Il Forum si terrà a San José, la capitale, dal 30 ottobre al 3 novembre, e il programma verrà presentato a Roma questa mattina nella sede dell’IILA (Istituto Italo-Latino Americano) da quindici nomi illustri del mondo economico, sociale e politico mondiale e da un centinaio di giornalisti esperti di tematiche ambientali e sviluppo sostenibile, affiancati dal presidente dell’IILA e ambasciatore del Costa Rica in Italia, Federico Ortuño Victory, da Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere, e da Cauteruccio e Andrea Masullo, presidente e responsabile del Comitato scientifico di Greenaccord.

Obiettivo delle quattro giornate, l’approfondimento delle misure politico-economiche volte ad assicurare una corretta gestione delle risorse naturali nei vari Paesi del pianeta, facendo il punto sul dopo “Rio+20″, che si terrà a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno. Consapevole del ruolo cruciale giocato dai Paesi di sud e centroamerica nella gestione delle politiche ambientali globali, il Forum internazionale riaprirà il dibattito partendo proprio da quell’area e da un Paese che, grazie all’uso virtuoso delle materie prime (fondamentali sono state, in questi anni, la scelta di non utilizzare i giacimenti di petrolio, di preservare le foreste, di salvaguardare la ricchissima biodiversità del territorio, di dotarsi di una legislazione ambientale giudicata e premiata da un organismo internazionale come la migliore al mondo) e agli importanti investimenti nel campo dell’istruzione, della cultura e dell’ambiente, rappresenta oggi un esempio da seguire per le nazioni del sud del mondo e per Paesi avanzati come l’Italia.

Il tema dell’incontro sarà il rapporto tra “capitale umano e capitale naturale”, in vista della costruzione di “un’economia capace di futuro”. “Ci auguriamo di essere all’altezza delle aspettative – continua Cauteruccio – e di dar modo ai giornalisti invitati di sperimentare come realmente un’intera nazione possa porsi l’obiettivo il diventare “green”, valorizzando il proprio immenso capitale naturale, la propria biodiversità, la propria legislazione all’avanguardia. Con la finalità di diventare, nel giro di pochi anni, interamente “carbon free” “.

Fedele nel suo impegno ambientale, il Costa Rica sta infatti lavorando per diventare entro il 2012 il primo Paese a zero emissioni di carbonio, ovvero con un bilancio pari a zero tra quelle di anidride carbonica e altri gas contaminanti e il CO2 assorbito dalle piante. “Questo grande progetto – spiega il consigliere dell’Ambasciata del Costa Rica, Olger Adonai Arias Sanchez – coinvolge tutti i settori, pubblici e privati. Già diverse industrie agrarie costarricensi hanno ottenuto la certificazione internazionale per il processo di produzione “carbone neutro” ma attualmente si stanno diffondendo produzioni di energia pulita quali quella idrica, eolica, geotermica e a pannelli solari. In Costa Rica più del 95% dell’energia elettrica che si consuma viene prodotta da fonti rinnovabili”. Il Paese è insomma un punto di riferimento ecologico a livello mondiale, ed è ad oggi il più verde del mondo. Una piccola, grande nazione senza esercito, al primo posto nell’Indice di Impegno Ambientale dell’America Latina e quinta a livello mondiale, che ospita più del 5% della biodiversità del pianeta. Il Costa Rica è il terzo Paese con l’aria più pulita del mondo e l’unico ad aver protetto la maggior parte del proprio territorio, dato che circa il 30% è rappresentato da parchi naturali e riserve statali e più del 5% da aree protette private.

Un appuntamento che è dunque un riconoscimento importante per il Paese centroamericano e un traguardo per Greenaccord, alla luce di un percorso decennale denso di soddisfazioni: “Quella più grande – continua il presidente – è stata quando il nostro Forum è stato definito “l’appuntamento internazionale migliore nel campo del giornalismo ambientale”, riconoscimento che deriva dalla formula semplice che abbiamo adottato finora, basata sul mostrare ai giornalisti il mondo della scienza con gli interventi dei migliori esperti mondiali, scelti per ogni campo. La difficoltà maggiore è invece stata sempre la stessa: trovare le risorse necessarie per lavorare con qualità e professionalità”.

E in Italia, com’è la situazione? “Da noi è ancora vivo il dibattito su antropocentrismo e biocentrismo – spiega Cauteruccio – e si tende a dividere il capitale umano da quello naturale. Io credo che sia il momento di orientarsi verso un antropocentrismo moderato o “di relazione”, basato su un’umanità che sa vivere in armonia con le persone e l’ambiente che lo circonda. E’ questa l’unica premessa culturale che permetterà di stabilire un rapporto maturo tra capitale umano e capitale naturale. Poi verranno tutte le altre considerazioni”.

Per raggiungere questo punto di equilibrio, la “green economy” diventa dunque un volano imprescindibile, l’unico capace di rilanciare l’economia su basi nuove e di garantire un futuro sostenibile alle generazioni che verranno. “Ci sono già tante aziende nostrane che hanno scelto questa strada – conclude il presidente di Greenaccord – e che stanno diventando esempi da imitare anche all’estero. La crisi che stiamo attraversando è anzitutto “di civiltà”. E la green economy ha tutte le caratteristiche, compresa l’eticità, per aiutarci a puntare ad un futuro diverso”.

(22 marzo 2012) Republica.it

Reattori pericolosi una mappa per riconoscerli

Reattori pericolosi una mappa per riconoscerli

Greenpeace ha identificato le centrali nucleari a rischio in Europa. Sono 437 quelli possono far scattare l’allarme. Cliccando sui reattori è possibile capire il livello di esposizione nel territorio circostante

Sono 437 puntini gialli. Attorno a ognuno di questi puntini può scattare, in caso di incidente grave, l’ordine di evacuazione. E il pericolo è direttamente proporzionale alla vicinanza dell’impianto. E’ la mappa delle centrali nucleari fornita da Greenpeace a un anno dal disastro di Fukushima

GUARDA LA MAPPA

IL NUCLEARE CHE CIRCONDA

Una mappa che ognuno può utilizzare per misurare il rischio generale e anche quello che riguarda la propria cerchia di conoscenti. Grazie al sistema di georeferenziazione è possibile infatti visualizzare la posizione dei propri amici su Facebook in rapporto ai reattori, per vedere a colpo d’occhio qual è il livello di esposizione. Per restare ai numeri generali, dalla mappa si ricava la presenza di centinaia di milioni di persone in una zona che, in caso di catastrofe nucleare, potrebbe dover essere abbandonata.

Proviamo a vedere cosa succede in alcune delle centrali più vicine all’Italia. Ad esempio Tricastin, dove nel 2008 un incidente con la fuoriuscita di 30 mila litri di acqua radioattiva che si è riversata nei fiumi vicini ha dato luogo a una battaglia legale per cambiare la denominazione al vino doc della zona, invendibile finché associato a un luogo che era stato contaminato. In questo sito 310 mila persone vivono a una distanza di 30 chilometri dall’impianto, quella che a Fukushima è stata evacuata. E 1,7 milioni in un’area di 75 km, cioè a una distanza che con una combinazione sfavorevole di venti può dover essere sgombrata in caso di disastro nucleare.

Passando alla Svizzera troviamo la centrale di Mueheberg, che con i suoi 40 anni di vita è piuttosto anziana. Qui ci sono 890 mila persone nel raggio di 30 chilometri e 3,4 milioni entro i 75 chilometri. In Cina, a Guandangog, si arriva a 3,2 milioni nel raggio di 30 chilometri e a 27,8 milioni entro i 75 chilometri.

Numeri che fanno riflettere perché la dinamica degli incidenti di Chernobyl e di Fukushima ha dimostrato che, anche se la contaminazione nucleare può arrivare a migliaia di chilometri dal luogo del disastro, l’area in cui la concentrazione dei radionuclidi produce il massimo dei danni è quella più vicina al reattore danneggiato. Non a caso alcuni contenziosi internazionali nascono proprio per centrali nucleari costruite al confine tra due Paesi.

02 marzo 2012

Repubblica.it

Crisi, mafia, speculazione sfuma l’oro verde di Vittoria

Crisi, mafia, speculazione  sfuma l'oro verde di Vittoria

Chiuse 1.500 aziende, l’incubo sono gli ortaggi magrebini. Molti terreni rilevati da extracomunitari con grandi capitali. Il mercato è un far west gestito da 10 commissionari che impongono listini da fame dal nostro inviato ANTONIO FRASCHILLA

VITTORIA - La terra dell’oro sta diventando poco più che una miniera di carbone. Attraversando le distese di serre che digradano verso il mare, si vedono campi abbandonati e facce nuove: quelle degli immigrati, arrivati come braccianti e diventati padroncini. E oggi, il giorno dopo il via libera di Bruxelles all’invasione di pomodori e melanzane dal Marocco, i volti degli agricoltori sono ancora più tesi e preoccupati in questo triangolo una volta milionario tra Ragusa, Vittoria e Santa Croce Camerina.

Il Nord Africa fa sempre più paura: “Noi dell’associazione “Arcobaleno” – dice il presidente Carmelo Criscione – raggruppiamo 13 produttori per 70 ettari di serra e facciamo 3,5 milioni di fatturato. Vendiamo direttamente a grossisti tedeschi e riusciamo a piazzare il pomodorino anche a 1,30 euro al chilo. Ma oggi ho ricevuto una telefonata da un grossista tedesco: ti do un euro e dieci, mi ha detto, perché dal Marocco arrivano già a un euro”.

Lo sconto dei dazi al Marocco avrà l’effetto di una mazzata in questo angolo di Sicilia che per anni ha prodotto una ricchezza smisurata sotto forma di pomodori a grappolo e oggi non garantisce più la sopravvivenza a un esercito di piccoli produttori che si va sempre di più assottigliando, visto che negli ultimi tre anni qui hanno chiuso i battenti 1.541 aziende sulle 10.500 attive nel 2009.

Ma che alimenta ancora il mercato dell’ortofrutta di Vittoria, il più grande del Sud e uno dei più importanti d’Europa, con un valore di merce acquistata pari a 250 milioni di euro, senza contare il sommerso. Un mercato attorno al quale orbitano 27 mila braccianti e 3.500 piccoli proprietari terrieri, che ieri con tre ettari avevano un reddito garantito di 250 mila euro e oggi non arrivano a fine mese, strozzati dall’aumento dei costi di produzione e da una doppia morsa: la giungla del mercato di Vittoria e una concorrenza internazionale sempre più forte.

Uno dei motivi della crisi è proprio il mercato di Vittoria. Una sorta di far west, gestito in parte da commissionari onesti in parte da una cartello “di una decina di persone che impone prezzi da fame ai piccoli produttori” e si arricchisce alle loro spalle, come denunciato da una recentissima indagine della Guarda di finanza. Le dieci persone in questione sono un gruppo di commissionari: figura, quest’ultima, che esiste a Vittoria e in nessun altro mercato ortofrutticolo del mondo.

Si tratta di intermediari che, in base a un regolamento datato 1971, fanno da tramite fra i commercianti e il piccolo produttore che ogni mattina alle 5 porta la sua merce al mercato. Ma che succede se qualche commissionario, come scoperto dalle Fiamme gialle guidate dal colonnello Francesco Fallica, è anche produttore e commerciante? Succede che fa i propri interessi e non quelli del piccolo agricoltore. Non a caso i reati contestati vanno dalla “truffa ai danni dei fornitori” all’estorsione, passando per il “ribasso fraudolento dei prezzi”. E questo senza contare presenze inquietanti nel mercato, come quella del “figlio del noto Francesco D’Agosta, condannato per associazione mafiosa”.

Il risultato è che ieri come sempre Giovanni è arrivato al mercato di prima mattina: “A quanto me le fate queste melenzane?”, ha chiesto al commissionario. “65 centesimi al chilo”, è la risposta, secca. “Ma come, a me sono costate 60 centesimi, che ci guadagno?”, ribatte l’agricoltore. Dieci anni fa la stessa melanzana veniva venduta a 15 centesimi in più e il costo per produrla era di 15 centesimi in meno. Il guadagno, per l’agricoltore, è crollato da 35 a 5 centesimi. Lo stesso discorso vale per il pomodorino, che viene comprato dal produttore a 1,10 euro al chilo ma nei supermercati arriva a essere venduto anche a 3-4 euro. Adesso il Comune di Vittoria sta cercando di mettere ordine in questo suk nel quale è impossibile anche controllare la tracciabilità dei prodotti e sono stati denunciati casi di pomodoro tunisino mischiato con quello siciliano.

Nel mercato transita però solo il 60 per cento della produzione locale. Il resto viene commercializzato direttamente dalle poche organizzazioni di produttori che stanno cercando di fare sistema, dopo le fallimentari esperienze delle cooperative naufragate in crac clamorosi, come accaduto con la “Rinascita”. Ma anche per i grandi produttori le spese sono aumentate: il concime costa 200 euro al quintale (tre anni fa appena 70 euro), la benzina agricola 70 centesimi al litro (tre anni fa 45 centesimi): “Ai costi occorre aggiungere l’elevato indebitamento di tutti gli imprenditori – aggiunge Criscione – e rimane un problema serio di infrastrutture”. Le strade sono pessime, le buche non si contano più e ci sono poche aziende di trasporto, alcune poco raccomandabili.

Il risultato complessivo è che per la prima volta qualcuno ha venduto la terra dei propri nonni e dei propri padri. Una volta considerata il patrimonio di famiglia inalienabile, oggi la si mette all’asta. E a comprarla sono talvolta magrebini sbarcati qui trent’anni fa come braccianti: attualmente sono circa 800 le aziende tunisine e algerine, “e in alcune sedi come Santa Croce Camerina ormai il 50 per cento degli iscritti alle organizzazione dei produttori è straniero”, dice Giuseppe Drago, segretario provinciale della Cia.

Ma dove prendono questi capitali gli immigrati? Il sospetto della Guardia di finanza è che, accanto agli onesti ex braccianti che hanno messo da parte quel poco di guadagno accumulato negli anni, alcuni siano solo “prestanome magari di commissionari o, peggio, di anonime srl”. E, in Sicilia, si sa che spesso è la mafia ad avere capitali da investire. C’è poi un ultimo fenomeno che mai si era visto da queste parti: l’abbandono delle serre. Su novemila ettari in serra, circa il 10 per cento non è più coltivato.

Repubblica.it (19-02-12)

“AGRICOLTURA”

Ue, soldi ai contadini
che salvano il paesaggio

Ue, soldi ai contadini che salvano il paesaggio

Nella bozza della nuova Pac anche interventi per favorire la differenziazione delle colture e la biodiversità. Mauro Agnoletti, professore alla facoltà di Agraria di Firenze: “In questo modo si investe nella tutela del paesaggio, favorendo chi limita le emissioni di carbonio e i concimi chimici”

ROMA - L’Europa agricola gira pagina. Più soldi andranno a chi proteggerà il paesaggio rurale. A chi curerà i terrazzamenti, le siepi, gli stagni, i fossi, i filari di alberi. A chi, invece delle immense estensioni di solo grano o di solo mais, preferirà differenziare le colture e quindi la biodiversità. A chi farà dell’agricoltura un fronte per frenare i cambiamenti climatici. La svolta era nell’aria. Ora è nero su bianco nella bozza della nuova Pac (la Politica agricola comunitaria) messa a punto dalla Commissione europea e valida dal 2014 al 2020. Adesso comincia un faticoso lavorìo perché i singoli paesi proporranno aggiustamenti. La traccia resta però questa ed è chiara la prescrizione a praticare un’agricoltura che recupera metodi tradizionali a scapito di un’agricoltura industriale.

“Stavolta, invece di una vaga esortazione, L’Europa investe fondi nella tutela del paesaggio, favorendo chi limita le emissioni di carbonio e i concimi chimici e contrastando un’agricoltura divoratrice di energia”, spiega Mauro Agnoletti, professore alla Facoltà di Agraria di Firenze, fra i promotori di questa inversione di tendenza. La Pac destina in sette anni 400 miliardi di euro all’agricoltura comunitaria. 1 miliardo e 200 milioni ogni anno sono indirizzati a interventi agro-ambientali, il cosiddetto greening. Uno dei punti di svolta è l’incentivo a chi diversifica le colture. L’articolo 30 stabilisce che per accedere ai finanziamenti, ogni agricoltore che possiede oltre 3 ettari di superficie deve praticare almeno 3 diverse coltivazioni: chi possiede 100 ettari può seminarne a granturco, per esempio, non più del 70 per cento, il 15 deve destinarlo a pomodori o melanzane, il restante 15 a legumi o ad alberi da frutta. “L’Europa finanzia chi salvaguarda un mosaico paesaggistico complesso, che è una delle caratteristiche più apprezzate del paesaggio rurale italiano e che però nel nostro paese si è andata perdendo, si è semplificata e banalizzata, non solo a causa dell’espansione edilizia, ma anche per l’abbandono dei terreni, circa 130 mila ettari l’anno, e per l’incedere dei boschi, che aumentano di 80 mila ettari l’anno”, aggiunge Agnoletti. L’Europa indica un’altra strada. Almeno il 7 per cento di ogni proprietà (recita l’articolo 32) deve essere costituito da “aree di interesse ecologico”, che possono avere al loro interno terreni a riposo, terrazzamenti e altri “elementi caratteristici del paesaggio”, che poi andranno definiti territorio per territorio, ma di cui la Commissione stila una prima lista: terrazzamenti, siepi, alberi in filare… “L’Italia dovrebbe includere altri elementi, come colture promiscue, viticoltura, olivicolturae frutticultura tradizionale”, insiste Agnoletti. E poi vanno conservati i prati permanenti e le superfici per il pascolo, che in Italia sono diminuiti da 6 milioni (1861) a 3 milioni di ettari odierni.

“È molto significativa l’attenzione ai terrazzamenti, che hanno caratterizzato per secoli il paesaggio italiano, dalla Valtellina alla Toscana alla costiera amalfitana”, spiega Agnoletti. Laddove sono stati conservati, hanno anche impedito le frane, come in Liguria: “Per conto del Fai abbiamo condotto un’indagine nelle zone distrutte dall’alluvione di ottobre. Solo in 5 casi su 88 le frane hanno interessato terrazzamenti. Nel 95 per cento hanno investito terrazzi abbandonati e invasi da vegetazione arboreao arbustiva”

30 gennaio 2012   Repubblica.it

Biocarburante a base di alghe Un nuovo microbo ci aiuterà

LA SCOPERTA

Le piante del mare sono una fonte ideale di biomassa, ma finora è stato difficile e costoso sfruttarne a pieno le potenzialità. Ora un gruppo di ricerca cileno-statunitense ha trovato la soluzione: un batterio modificato e tanta costa coltivata a macroalghe di GIULIA BELARDELLI

Biocarburante a base di alghe Un nuovo microbo ci aiuterà

L’IDEA di farci aiutare dalle alghe per produrre biocarburanti e sostanze chimiche rinnovabili accarezza da tempo i pensieri di chi è consapevole che, continuando così, la crisi energetica diventerà una componente endemica delle nostre società. Fino a poco tempo fa, tuttavia, le alghe brune non erano considerate una fonte di biomassa sufficientemente economica per competere ad armi pari con i carburanti derivati dal petrolio. Ora, grazie a una scoperta realizzata dal Bio Architecture Lab (BAL 1) di Berkeley, la situazione potrebbe cambiare: i ricercatori, infatti, hanno costruito in laboratorio un microbo molto speciale, capace di estrarre dalle piante del mare i loro zuccheri principali e farle diventare, finalmente, una sorgente “green” e potenzialmente “cheap” da cui ricavare carburanti e composti chimici privi di olio nero.

Lo studio, a cui la rivista Science 2 ha dedicato una copertina, è stato condotto in parte negli Stati Uniti e in parte in Cile. È qui, infatti, che il BAL gestisce quattro “fattorie di alghe”, anche se – spiegano i ricercatori  -  “le coltivazioni potrebbero essere implementate ovunque, in qualsiasi paese con un tratto costiero”. A permettere al BAL di raggiungere questi risultati sono stati anche i finanziamenti concessi dalla Energy’s Advanced Research Projects Agency (ARPA-E 3), l’agenzia fondata nel 2007 dal  governo statunitense con il compito di scovare nuove vie d’uscita alla crisi energetica.

Un tesoro fatto di alghe. Facciamo un passo indietro: cos’è che rende le alghe brune tanto promettenti per la corsa ai biocarburanti? Lo abbiamo chiesto al fondatore del BAL, Yasuo Yoshikuni: “Ci sono almeno quattro buone ragioni che fanno delle macroalghe una fonte ideale per la produzione di biocarburanti: 1) il loro alto contenuto di zucchero, che è garanzia di grandi quantità di biomassa; 2) l’assenza di lignina, ossia di un polimero organico particolarmente  “pesante” da digerire; 3) il fatto che la loro coltura non sia in competizione con le coltivazioni alimentari e non comporti il consumo di acqua dolce; 4) il loro essere amiche dell’ambiente in cui vivono”. Le stime  -  prosegue Yoshikuni – “dicono che a livello mondiale meno del 3% delle acque costiere sarebbe in grado di ospitare alghe capaci di rimpiazzare oltre 1,6 miliardi di barili di combustibili fossili”. Già oggi le macroalghe sono coltivate su larga scala in diverse parti del pianeta, per un raccolto di circa 15 milioni di tonnellate all’anno. In questi paesi, le alghe sono usate anche come nutrimento, fertilizzanti e fonti di polimeri. Perché, allora, non utilizzarle anche per la produzione di carburanti puliti?

La sfida numero uno: spezzettare l’alginato. Gli zuccheri più abbondanti nelle alghe brune sono l’alginato, il mannitolo e il glucano. “Circa il 60% della biomassa secca delle alghe è composto da carboidrati fermentabili; la metà di questo 60% è imprigionata in un singolo carboidrato, l’alginato”, precisa Daniel Trunfio, CEO del Bio Architecture Lab. Purtroppo, però, questa componente alginata è anche la più difficile da digerire dai comuni microbi, un fatto che finora ha impedito di sfruttare a pieno la produzione di etanolo dalle alghe. È qui che entra in gioco la fantasia del biotecnologo. “I nostri ricercatori  -  sintetizza Trunfio  -  hanno sviluppato un percorso metabolico per degradare l’alginato e farglielo poi digerire. Questo processo ci permette di utilizzare tutti i principali zuccheri delle alghe, un fatto che prima era quasi impossibile”.

Il microbo mangia-alghe. Attraverso una complessa operazione di ingegneria genetica, Adam Wargacki e colleghi sono dunque riusciti a costruire un nuovo batterio in grado di sprigionare il potenziale energetico delle macroalghe. Il punto di partenza è stato l’onnipresente microrganismo Escherichia Coli, al cui genoma gli scienziati hanno aggiunto un gene per lo spezzettamento dell’alginato, prendendolo in prestito da un altro batterio, tale Pseudoalteromonas sp. Nel codice genetico di questo batterio ingegnerizzato hanno poi inserito una regione di Dna presa da Vibrio splendidus per il trasporto e il metabolismo dell’alginato. Per ottimizzare il processo hanno continuato a ibridare il nuovo batterio con geni pescati qua e là da altri microrganismi. Il risultato finale, dunque, è un microbo divoratore di alghe e dotato di uno stomaco di ferro. Come nome di battaglia gli è stato dato il poco fantasioso appellativo di BAL1611.

Scenari futuri. “Grazie a questa nuova tecnologia disponiamo di una piattaforma microbica che rende possibile la produzione di bioetanolo direttamente dalle alghe attraverso processi relativamente semplici”, aggiunge Yoshikuni. Dal momento in cui queste piante non contengono lignina, infatti, i loro zuccheri possono essere rilasciati tramite operazioni basilari come la macinatura e lo schiacciamento, tutta un’altra storia rispetto all’impresa di rompere un polimero tosto e  -  diremmo noi – “legnoso” come la lignina.
Ad aggiungersi al coro degli entusiasti c’è anche Jonathan Burbaum, direttore del programma Electrofuels 4 di ARPA-E: “Questa scoperta suggerisce un percorso interamente nuovo per lo sviluppo di biocarburanti, un percorso che non è più ostacolato dalla limitatezza delle risorse terrestri. Una volta pienamente sviluppate, grandi coltivazioni di alghe combinate alla tecnologia creata dal BAL ci consentiranno di produrre carburanti e sostanze chimiche rinnovabili senza il bisogno di scendere a compromessi con piantagioni di generi tradizionali come grano e canna da zucchero”. Senza contare  -  gli fa eco  Yoshikuni  -  che la coltivazione di alghe ha un impatto benefico sull’ambiente in generale, sia sopra che sotto il pelo dell’acqua. I prossimi passi consisteranno nell’apertura di una struttura pilota in Cile e nell’avvio di nuovi progetti negli Stati Uniti e in Norvegia.

(30 gennaio 2012) Repubblica.it

LA MAFIA DELL’OLIO

Ecco come i “furbetti del frantoio”
ci rifilano il bluff dell’oro liquido

Ecco come i "furbetti del frantoio" ci rifilano il bluff dell'oro liquido

E’ una raffinata frode commerciale che vede coinvolti una decina di marchi – un paio molto noti – e che fa finire sulle nostre tavole “olio extravergine di olive italiane” che in realtà viene da lontano. Vi raccontiamo – sulla base di un’inchiesta che sta per chiudersi – come funziona questo business illegale, con quali guadagni per chi lo controlla e a quali prezzi per noi consumatori

I signori dell’olio si sono inventati una

secondogenitura. Non spremono più: trasformano. A modo loro. Trasformano, manipolano, deodorano, profumano. Soprattutto, importano. Comprano a mani basse all’estero e rivendono in Italia, e poi via, di nuovo fuori. Se la tirano da gran produttori del Made in Italy, da fuoriclasse dell’oro giallo più buono al mondo. E intanto ci rifilano il pacco, e noi lo beviamo. Olio extravergine d’oliva? E come no: però spagnolo, tunisino, greco, marocchino. Un flusso ininterrotto di miscele di oli “comunitari” e “non comunitari” viaggia ogni giorno verso l’Italia, da Sud a Nord, a bordo di tir e navi cisterna, lungo le rotte dei furbetti del frantoio. Sono centinaia di migliaia di tonnellate di oli low cost prodotti nel bacino del Mediterraneo, roba che viene reimbottigliata nelle nostre aziende, dove acquista una nuova, falsa identità. Alla fine di italiano garantito c’è solo il marchio (pazienza se i più grossi nomi sono finiti in mano agli spagnoli). Anzi, i marchi. Nelle tasche dei padroni dell’olio entrano cinque miliardi di euro l’anno. Sulle nostre tavole, un bluff.

Chi sono i nuovi ràs delle olive taroccate? Come funziona il loro business? Ci sono una decina di etichette — una paio molto note — che in questa Seconda repubblica dell’olio hanno formato un cartello: un blocco di imprese — produttori e distributori — alleate nel nome della speculazione fondata su una raffinata frode commerciale, sull’inganno subdolo del consumatore, su un modo di operare che è diventato “sistema” e che sta accumulando profitti patrimoniali enormi. Sono attive per lo più tra Centro e Sud Italia. Importano enormi quantità di olio dalla Spagna, dalla Grecia, dalla Tunisia. In alcuni casi lo acquistano da società alle quali risultano collegate: stesso gruppo, stesso padrone, un’unica famiglia. Se comprano uno o se comprano cento, il prezzo è sempre lo stesso. Controllano i prezzi, controllano il mercato. Un tempo in queste rinomate aziende italiane si spremevano olive: oggi ci sono solo dei sylos. Cisterne che attraverso le idrovore mungono olio dai tir che lo trasportano fin qui dagli uliveti dell’Andalusia, o dalle sconfinate coltivazioni tunisine. E poi? Una bella etichetta italiana e via: l’extravergine italiano taroccato atterra sugli scaffali dei supermercati.

A rivelarlo è un’indagine, ancora in corso — ma che Repubblica è in grado di anticipare — condotta dall’Agenzia delle Dogane, dai detective del settore frodi del Corpo Forestale dello Stato e della Guardia di Finanza, in collaborazione con Coldiretti. Non è la classica attività investigativa che porta alla scoperta di prodotti malconservati o scaduti. E’ un’esplorazione più tecnica, portata avanti con l’analisi incrociata di banche dati europee e accertamenti fiscali da una parte, e controlli sul territorio dall’altra. Una lente di ingrandimento posata sulla filiera dell’olio “mascherato”. Permette di capire parecchie cose: per esempio perché quattro bottiglie di olio extravergine su cinque battono ufficialmente bandiera italiana ma contengono prodotti stranieri (provenienti soprattutto da Spagna e Grecia). Prodotti, oltretutto, nascosti dietro etichette praticamente illeggibili. O perché quattro chili d’olio su dieci in vendita nei supermercati sanno di muffa (studio Unaprol, Coldiretti e Symbola). E ancora: come mai, a fronte delle 250mila tonnellate di olio che esportiamo, ne importiamo 470mila (nel 2010 sono state 100mila in più). Dove vanno? Come vengono miscelate? A quanto le rivendono?

Reportage di Paolo berizzi

20/12/2011  Repubblica.it