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debtocracy

Debtocracy cerca le cause della crisi provocata dal debito pubblico e propone soluzioni che non vengono prese in considerazione dal governo e dai media dominanti. L’analisi fa ampio ricorso alle esperienze storiche di Ecuador e Argentina, paesi che in tempi recenti sono riusciti ad uscire dalle morse della finanza internazionale (incarnata dalle politiche liberiste del Fondo Monetario Europeo e della Banca Mondiale) per attuare politiche a beneficio del popolo.

Cittadini europei per il reddito di base incondizionato

Un reddito di base è un essere umano

La Commissione europea ha dato parere favorevole il 14 Gennaio 2013 per l’iniziativa dei cittadini europei per il reddito di base incondizionato (ICE RBI).

Ci sono 500 milioni di cittadini dell’Unione europea ed è necessario raggiungere un milione di firme per sostenere la campagna per un reddito di base.

15 Stati membri stanno già partecipando a questa iniziativa, ma ci vogliono almeno 7 paesi membri  in grado di raccogliere il numero di firme necessarie per sostenere la proposta.

Una volta che un milione di firme saranno raccolte, la Commissione europea dovrà studiare la proposta al Parlamento europeo.

La finalità di questa proposta è di implementare o dare avvio a studi di fattibilità e possibili percorsi per addivenire ad un diritto come il reddito di base incondizionato all’interno dell’Unione Europea.

firma la petizione

GIRLFRIEND IN A COMA

Girlfriend in a Coma” non si potrà vedere al cinema prima delle elezioni. Il film crea diversi disagi nel mondo politico italiano e viene censurato.

Girlfriend In A Coma” è un documentario indipendente sulla malattia terminale dell‘ Italia, e su come l’Europa potrebbe fare la stessa fine. L’Italia vista dall’estero, attraverso gli occhi di un grande giornalista, Bill Emmott, ex direttore dell’Economist.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/emmott-ecco-il-film-contestato/2200219

“GIORNATA DELLA MEMORIA”

Lo storico Klaus Müller intervista i sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, perseguitati perché omosessuali, secondo il codice penale tedesco del 1871, paragrafo 175

Arriva l’etichetta “salva clima” I prodotti dicono quanto inquinano

Le aziende che aderiscono al progetto dell’associazione misurano quanto i loro articoli emettono in termini di CO2: dalla fase di produzione a quella di smaltimento finale. E lo comunicano al consumatore finale che è libero di scegliere quale stile di vita adottare per non incidere sull’ambiente. Le aziende in questo modo possono virare verso scelte di produzione più sostenibili di LINDA VARLESE

RASPARENZA e consumo responsabile. Potrebbero essere queste le parole d’ordine dell’iniziativa promossa da Legambiente in collaborazione con Ambiente Italia. Un’etichettatura dei prodotti che non preveda solo la nomenclatura degli ingredienti secondo le regole dettate dall’Unione Europea, ma che contempli un’informazione ulteriore: quella sull’impatto ambientale di cui questi prodotti sono responsabili. Che spieghi, in altre parole, qual è l’impronta degli articoli in termini d’inquinamento e di emissioni di CO2 durante tutto il ciclo di vita, dalla produzione fino allo smaltimento.

Si chiama ETICHETTA PER IL CLIMA e consente alle aziende che aderiscono all’iniziativa di poter tracciare i propri prodotti fornendo al consumatore un dato numerico sintetico espressione di quanto quel prodotto “incide” sull’ambiente. “In Europa e nel mondo questo genere di attività è già in forte espansione”, commenta Andrea Poggio, presidente della Fondazione Legambiente Innovazione, “in Inghilterra, ad esempio, tramite la Carbon Footprint, sono già oltre 25 mila i prodotti tracciati, oltre 10 mila negli Stati Uniti, la Francia ha siglato un accordo con la grande distribuzione affinché si prosegua con questa grande politica di trasparenza e di innovazione”. “In Italia ci stiamo muovendo”, prosegue Poggio, “ma non è ancora abbastanza”.

Sul sito www.viviconstile.org 1, infatti, sono catalogate un centinaio di aziende con relativi prodotti: dalle passate di pomodori, alle stampanti, ai televisori, ai meloni, fino ai crackers, ma anche i menu completi. “Scopriamo così  -  dichiara Andrea Poggio -  che il menu vegetariano proposto dall’Agriturismo Il Campagnino costa all’ambiente 1.060 grammi di CO2, mentre il menu di carne ben 8.350 grammi, otto volte di più. Di fianco al prezzo, potrebbe dunque comparire su qualsiasi prodotto, anche il costo ambientale. E’ quello che ha fatto Legambiente con l’istituto Ambiente Italia, scoprendo così le emissioni di CO2 di diversi articoli, tra cui lampadine, passate di pomodoro, stampa di carta, meloni, adesivi per parquet, biscotti e imballaggi. Con queste aziende, inoltre, siamo stati pionieri della prima comunicazione ambientale sul prodotto rivolta al consumatore finale”.

Come si fa ad essere credibili? “Ci mettiamo la faccia noi di Legambiente, attraverso studi scientifici fatti dall’istituto Ambiente Italia, ma tutto il ciclo di misurazione può essere osservato leggendo la scheda che accompagna ogni etichetta di prodotto. Ogni momento di vita, dalla produzione del prodotto all’impatto di utilizzo fino allo smaltimento finale viene illustrato e raccontato dall’azienda ed è consultabile sul sito” dice ancora Poggio. “Chiediamo al ministro Clini di fornirci un sitema di regole certo attraverso il quale sia più facile operare ed orientarci”.

“Sono sempre più numerosi i cittadini che presterebbero attenzione ad un indicatore sintetico, un voto, un giudizio sulle conseguenze ambientali delle proprie scelte di consumo e della fruizione di servizi – ha ribadito Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. “Le aziende si assumano quindi la responsabilità di misurare l’impatto dei propri prodotti e di dichiararlo in un modo verificabile, così i cittadini che scelgono sulla base di tali dichiarazioni saranno consapevoli delle conseguenze ambientali che li coinvolgono. In questo modo, le aziende sono stimolate ad innovare le produzioni per renderle più sostenibili e i cittadini a cambiare consumi e stili di vita. E’ questa la green economy in cui crediamo”.

8/10/12 Repubblica.it

il convoglio – Etty Illesum

Alexandra e Florian, studenti del progetto Erasmus, intraprendono un road-movie attraverso le strade d’Europa alla ricerca delle discriminazioni che imperversano nella nostra società. Si isirano alla lettura del Diario che una giovane donna ebrea di 27 anni, Etty Hillesum, ha scritto ad Amsterdam tra il 1941 ed il 1943. Etty testimonia una fede indefettibile nell’uomo mentre questi compie i suoi più neri malefatti: “So già tutto”, ella scrive, “E tuttavia, considero questa vita bella e ricca di senso. Sempre “. Attraverso il dialogo con le persone che incontrano sulla loro strada ad Amsterdam, Bruxelles, Colonia, Berlino ed Auschwitz, i giovani reporters prendono coscienza dei meccanismi che hanno agito in passato ed ai quali occorre prestare attenzione per non cedere alla paura ed all’odio. Ogni testimonanza sembra dirci: ” Al giorno d’oggi, quale strada percorre la vita? “

La nostra risposta all’acqua

CONTRO OGNI MINACCIA DI PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA PUBBLICA, L’ASSOCIAZIONE “NON UNO DI MENO”, HA PROPOSTO UNA MODIFICA DELLO STATUTO COMUNALE DI SAN LORENZO IN CAMPO

qui di seguito l’integralità del testo:

ASSOCIAZIONE “NON UNO DI MENO”

Via Giovanni XIII, n. 28- 61047 San Lorenzo in Campo (PU)

Codice Fiscale: 90038320413

www.nonunodimeno.it

info@nonunodimeno.it

Alla cortese attenzione

dell’Amministrazione comunale di San Lorenzo in Campo

e p.c. Sindaco del Comune di San Lorenzo in Campo

Sig. Di Francesco Antonio

e p.c. Assessore all’Ambiente, Territorio ed  Associazioni del

Comune di San Lorenzo in Campo

Sig. Berti Vincenzo

OGGETTO: Modifica dello Statuto comunale di San Lorenzo in Campo per la salvaguardia dell’acqua bene comune

Con la presente l’Associazione “Non uno di meno” con la finalità di tutelare l’acqua pubblica come bene e diritto umano inalienabile

CHIEDE

all’Amministrazione comunale di San Lorenzo in Campo di modificare lo Statuto comunale con l’inserimento dell’articolo riportato qui di seguito:

Articolo da inserire nello Statuto comunale: “Il Comune di San Lorenzo in Campo riconosce l’acqua quale patrimonio dell’umanità, bene comune pubblico e diritto inalienabile di ogni essere vivente.

Si riconosce il “Diritto umano all’acqua”, ossia l’accesso alla risorsa idrica come diritto umano, naturale, indivisibile ed inalienabile.

Il servizio idrico integrato è di interesse generale ed è un servizio pubblico locale privo di rilevanza economica, in quanto servizio essenziale per garantire l’accesso all’acqua per tutti e pari dignità umana ai cittadini.

La proprietà delle infrastrutture e delle reti del servizio idrico integrato è pubblica ed inalienabile. La gestione del servizio idrico integrato è effettuata da soggetti pubblici.”

Certi di una Vostra celere approvazione di tale modifica, vista l’importanza e l’attualità dell’argomento, si porgono cordiali saluti.

San Lorenzo in Campo; 02 Giugno 2012

per l’Associazione “Non uno di meno”

Diego Feduzi

“movimento per l’acqua”

“La Repubblica siamo noi”

Da piazza Esedra a San Giovanni 5mila persone si sono ritrovate in corteo per “riaffermare la necessità che venga rispettato il voto del referendum di giugno 2011″. Partito anche un “avvertimento” in merito alla vendita del 21% di Acea: “Sarà una goccia a far traboccare il vaso”. Hanno sfilato anche i terremotati dell’Emilia, i gruppi contro le discariche e i NoTav

di MARCO CIAFFONE e MAURO FAVALE

“Il voto va rispettato”. Non poteva essere più chiaro il riferimento al referendum del giugno 2011, il cui risultato vide prevalere nettamente la difesa dell’acqua come bene pubblico. I movimenti che sostennero l’iniziativa referendaria sono tornati in piazza. Circa millle persone si sono riunite a piazza Esedra e hanno iniziato la “marcia” alle 15.30. All’arrivo a piazza San Giovanni, alle 18, i manifestanti erano 5mila.

Il corteo da piazza Esedra a San Giovanni

Tra i manifestanti le bandiere di Cobas, Federazione della Sinistra, Verdi e Movimento 5 stelle. Tra gli slogan, si rivendica che il “13 giugno 2011 io c’ero” e si lancia la provocazione: “Sarà una goccia a far traboccare il vaso”. L’obiettivo della protesta, per i romani, è chiaro: la vendita del 21% delle quote di Acea ai privati. “Significa svendere l’acqua dei romani”, affermano i manifestanti prima di spiegare con uno striscione il senso che danno alla ricorrenza di oggi: “La Repubblica siamo noi”. Su Twitter, invece, il profilo di Acqua Bene Comune cinguetta: “Insomma, tra noi e la parata militare vinciamo noi mille a zero”.

E l’ottica nazionale non manca; sfilano infatti anche i terremotati dell’Emilia, perché “Il terremoto ci ha tolto case e lavoro ma nessuno può toglierci la res publica”.

Con loro, i gruppi che protestano contro le discariche previste intorno alla capitale e in Campania, oltre ai NoTav.

Pd. Umberto Marroni, caogruppo del Pd in Campidoglio, afferma: “L’infausto progetto di svendita di Acea targato Alemanno è in palese contrasto con il referendum popolare, anche alla luce di ciò ribadiamo al sindaco la richiesta di accantonare l’illegittima delibera 32 e di iniziare finalmente la discussione del bilancio visto che mancano solo 29 giorni alla scadenza dei termini di legge”.

Per Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, “Il modo migliore per festeggiare la Repubblica è quello di marciare con il popolo dell’acqua”.

Idv. “Giù le mani dall’acqua pubblica!”. E’ quanto scrive sul suo profilo Facebook Antonio Di Pietro: “L’Italia dei Valori, che lo scorso anno ha promosso e sostenuto i referendum contro la privatizzazione dell’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento, partecipa alla mobilitazione. L’acqua non è una merce, ma un bene dell’umanità e, pertanto, appartiene a tutti. Per questo, l’Idv vigilerà affinché la volontà popolare espressa attraverso il voto referendario sia rispettata pienamente. Non consentiremo a nessuno di calpestare la democrazia e di sacrificare gli interessi collettivi in nome delle lobby e dei potenti”.

Sel. “La mobilitazione rappresenta un’alternativa  concreta alle politiche neo liberiste di privatizzazione come quelle portate avanti dal governo Monti e, a livello locale da Alemanno su Acea” afferma l’esponente di Sel Paolo Cento.”A partire dalla Regione Puglia, unica regione che ha avviato la ripubblicizzazione dell’acquedotto e che ha impugnato davanti alla Corte Costituzionale l’obbligo di privatizzare i servizi locali, Sel è impegnata con sindaci e amministratori locali a difendere in tutto il territorio nazionale l’esito referendario per l’acqua bene comune come contenuto decisivo anche per costruire un’alternativa di governo nel nostro Paese”.

2 Giugno 2012 Repubblica.it

GIORNATA DELLA LIBERAZIONE

Reggio Emilia, 1969. Un gruppo di ragazzi abbandona la locale Federazione giovanile comunista, per dar vita, insieme ad altri coetanei di provenienza anarchica, socialista, cattolica, all’Appartamento, una comune sessantottina che insegue il sogno rivoluzionario e che vede nel partito comunista al governo della città, il tradimento degli ideali partigiani e antifascisti appartenuti ai loro padri e nonni durante e dopo la seconda guerra mondiale. Dall’esperienza dell’Appartamento, di lì a due anni, usciranno alcuni tra i più duri brigatisti rossi degli “anni di piombo”: Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli, Roberto Ognibene, Prospero Gallinari, Renato Azzolini.
Reggio Emilia, autunno 2007. Alcuni dei “ragazzi del 1969” si ritrovano dopo quasi 40 anni nello stesso luogo, un ristorante sulle colline, dove il gruppo dell’Appartamento compì il salto tragico e fatale nella lotta armata. Seduti intorno a un tavolo, con rievocazioni a tratti drammatiche, Franceschini, Paroli e Ognibene (tre ex brigatisti tornati alla vita normale dopo una lunga detenzione nelle prigioni di mezza Italia) insieme a Paolo Rozzi e Annibale Viappiani (che non aderirono alle Brigate rosse, e oggi sono impegnati il primo nel Partito Democratico, il secondo nel sindacato ) ripercorrono una sorta di viaggio a ritroso, alla ricerca delle motivazioni più profonde delle rispettive scelte. A integrare le ricostruzioni dei cinque protagonisti, due testimoni davvero sorprendenti, che in vario modo e a vario titolo parteciparono alla esperienza dell’Appartamento: Corrado Corghi, ex dirigente della Democrazia Cristiana ed esponente del cattolicesimo del dissenso, e Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli comunisti trucidati dai nazifascisti nel ’43.

La nuvola nera del ‘cloud computing

News – 17 aprile, 2012

Cosa si nasconde dietro la condivisione di immagini, canzoni o semplici documenti in rete? Per scoprire l’impatto sul clima del ‘cloud computing’ lanciamo oggi “How Clean is your Cloud?”, un’analisi delle scelte energetiche di 14 aziende IT.
martedì 17 aprile 2012 Apple Headquarters in Cupertino, CA © Jakub Mosur / Greenpeace

Grazie alle nuove tecnologie della nuvola digitale è possibile scambiare informazioni via etere in quantità e con una rapidità sempre maggiore. Ma a quale prezzo?

Lo studio di Greenpeace evidenzia che nomi importanti a livello mondiale come Apple, Amazon e Microsoft continuano a utilizzare il carbone e l’energia nucleare per alimentare i propri data center. Due fonti sporche e pericolose che minacciano il clima e la salute dell’uomo. Convincili a cambiare!

Di seguito la classifica valutata su oltre 80 data center alimentati dalle 14 compagnie IT.Le percentuali si riferiscono al Clean Energy Index elaborato da Greenpeace sulla base della domanda elettrica (in megawatt) degli impianti e della percentuale di energia rinnovabile utilizzata dagli stessi:

1. Yahoo! (56,4%);
2. Dell (56,3%);
3. Google (39,4%);
4. Facebook (36,4%);
5. Rackspace (23,6%);
6. Twitter (21,3%); 7. HP (19,4%);
8. Apple (15,3%);
9. Microsoft (13,9%);
10. Amazon Web Services (13,5%);
11. IBM (12,1%);
12. Oracle (7,1%);
13. Salesforce (4,0%).

Se il comparto del cloud computing non farà passi avanti verso politiche energetiche pulite e sostenibili, le conseguenze per il clima potrebbero essere catastrofiche. Alcuni data center, infatti, consumano quanto 250 mila case europee, mentre se la “nuvola digitale” fosse uno Stato, la sua domanda di energia elettrica sarebbe la quinta al mondo, dato che triplicherà entro il 2020.

Gli edifici che ospitano i data center sono talmente grandi da essere visibili dallo spazio. Ovviamente per alimentare le macchine che si trovano all’interno di queste strutture, il quantitativo di energia che deve essere utilizzato è davvero enorme.

Consapevoli dei rischi, alcune aziende hanno già preso una posizione decisa nei confronti dell’ambiente, scegliendo di utilizzare una percentuale di fonti rinnovabili per alimentare i propri giganti elettronici. Nomi come Google, Yahoo! e Facebook spiccano infatti nella classifica pubblicata da Greenpeace.

Ma bisogna fare molto di più.

Crediamo sia giunto il momento che tutte le aziende compiano un passo verso politiche energetiche più trasparenti, condividendo soluzioni innovative per migliorare il settore, sviluppando i data center dove siano disponibili energie pulite e aprendo una collaborazione con governi e fornitori per la distribuzione di reti elettriche rinnovabili.

Leggi il rapporto “How Clean is your Cloud?“.

Nuvola digitale. Quanto è pulita?” il briefing in italiano.

greenpeace.it