“VOLEVO SOLO VIVERE”
in occasione della Giornata della Memoria
Nove cittadini italiani sopravvissuti alla deportazione e alla prigionia nei campi di sterminio di Auschwitz. Nove storie attraverso cui riviviamo i passi più significativi di questa allucinante esperienza: il momento dell’emanazione delle leggi razziali in Italia, gli inutili tentativi di fuga, la deportazione, la separazione dalle proprie famiglie, la miracolosa sopravvivenza ad Auschwitz, la liberazione con l’arrivo dei soldati alleati. Mimmo Calopresti ha realizzato il film visionando e selezionando centinaia di testimonianze in lingua italiana custodite negli archivi dello Shoah Foundation Institute for Visual History and Education, straordinari filmati di archivio e fotografie tratte dagli album personali dei sopravvissuti.
CHE COSA MANCA?
Da una fiumara calabra a una notte catanese in cui i cani randagi girovagano senza meta per la città: tra questi due estremi “pieni di vuoto” si costruisce Checosamanca, opera collettiva, nata con l’intenzione di parlare del presente, preferendo l’azione al facile lamento sull’assenza dello stato e della politica.
Chiamati inizialmente alle armi 50-60 giovani registi, sono arrivate infine sullo schermo cinque storie che, riunite senza soluzione di continuità dalla montatrice Esmeralda Calabria (Il Caimano, Romanzo Criminale), formano un vero e proprio documentario sullo stato del nostro paese. Per dirla con Cesare Zavattini: “un cinema a dispense, sui bisogni primari del mondo, che hanno poco in comune con le vacanze di ferragosto in questi anni mostruosi che ci sforziamo mostruosamente a voler far sembrare non mostruosi”.
Storie di avvocati di strada, a Torino, che cercano di aiutare una madre e un figlio a rimandare lo sfratto. Storie di rinomati ricercatori universitari, a Modena, costretti a giornalieri comizi fra le gente per poter ricomprare il microscopio indispensabile al loro lavoro, che l’Università ha rispedito al mittente dovendo tagliare i fondi. Storie di operai e casalinghe del Nordest che si oppongono con tutte le loro forze di cittadini all’apertura di una zincheria sospettata di poggiare su una discarica di rifiuti tossici. Battaglie vinte, forse mai del tutto, e battaglie perse, anche quando la sconfitta ha dell’incredibile. Soprattutto, una fotografia delle contraddizioni dentro le quali ci muoviamo: Donato, in Puglia, ha scavato il suo pozzo abusivo e vende acqua a chi non ce l’ha. Illegale? Ma se le case sono state costruite senza permesso, perché fare un acquedotto? O ancora: la moglie non può avere il permesso di soggiorno perché il marito non ha casa, ma lui non può abitare dalla madre di lei perché altrimenti una casa non gli assegneranno mai.
In questo riuscito esperimento, che molto deve alle modalità delle migliori inchieste televisive ma sa prendersi la libertà espressiva che è prova d’indipendenza, sembra di risentire echeggiare davvero, a quarant’anni esatti di distanza, i progetti di Zavattini: “Un cinema della fretta”, per essere al livello dei bisogni urgenti, “un cinema di tanti per tanti” (Checosamanca è firmato da tutti, allo stesso modo), un cinema a bassissimo costo. Non c’è premura di arrivare a delle conclusioni; il metodo è già messaggio.
LA MAFIA DELL’OLIO
Ecco come i “furbetti del frantoio”
ci rifilano il bluff dell’oro liquido

E’ una raffinata frode commerciale che vede coinvolti una decina di marchi – un paio molto noti – e che fa finire sulle nostre tavole “olio extravergine di olive italiane” che in realtà viene da lontano. Vi raccontiamo – sulla base di un’inchiesta che sta per chiudersi – come funziona questo business illegale, con quali guadagni per chi lo controlla e a quali prezzi per noi consumatori
I signori dell’olio si sono inventati una
secondogenitura. Non spremono più: trasformano. A modo loro. Trasformano, manipolano, deodorano, profumano. Soprattutto, importano. Comprano a mani basse all’estero e rivendono in Italia, e poi via, di nuovo fuori. Se la tirano da gran produttori del Made in Italy, da fuoriclasse dell’oro giallo più buono al mondo. E intanto ci rifilano il pacco, e noi lo beviamo. Olio extravergine d’oliva? E come no: però spagnolo, tunisino, greco, marocchino. Un flusso ininterrotto di miscele di oli “comunitari” e “non comunitari” viaggia ogni giorno verso l’Italia, da Sud a Nord, a bordo di tir e navi cisterna, lungo le rotte dei furbetti del frantoio. Sono centinaia di migliaia di tonnellate di oli low cost prodotti nel bacino del Mediterraneo, roba che viene reimbottigliata nelle nostre aziende, dove acquista una nuova, falsa identità. Alla fine di italiano garantito c’è solo il marchio (pazienza se i più grossi nomi sono finiti in mano agli spagnoli). Anzi, i marchi. Nelle tasche dei padroni dell’olio entrano cinque miliardi di euro l’anno. Sulle nostre tavole, un bluff.
Chi sono i nuovi ràs delle olive taroccate? Come funziona il loro business? Ci sono una decina di etichette — una paio molto note — che in questa Seconda repubblica dell’olio hanno formato un cartello: un blocco di imprese — produttori e distributori — alleate nel nome della speculazione fondata su una raffinata frode commerciale, sull’inganno subdolo del consumatore, su un modo di operare che è diventato “sistema” e che sta accumulando profitti patrimoniali enormi. Sono attive per lo più tra Centro e Sud Italia. Importano enormi quantità di olio dalla Spagna, dalla Grecia, dalla Tunisia. In alcuni casi lo acquistano da società alle quali risultano collegate: stesso gruppo, stesso padrone, un’unica famiglia. Se comprano uno o se comprano cento, il prezzo è sempre lo stesso. Controllano i prezzi, controllano il mercato. Un tempo in queste rinomate aziende italiane si spremevano olive: oggi ci sono solo dei sylos. Cisterne che attraverso le idrovore mungono olio dai tir che lo trasportano fin qui dagli uliveti dell’Andalusia, o dalle sconfinate coltivazioni tunisine. E poi? Una bella etichetta italiana e via: l’extravergine italiano taroccato atterra sugli scaffali dei supermercati.
A rivelarlo è un’indagine, ancora in corso — ma che Repubblica è in grado di anticipare — condotta dall’Agenzia delle Dogane, dai detective del settore frodi del Corpo Forestale dello Stato e della Guardia di Finanza, in collaborazione con Coldiretti. Non è la classica attività investigativa che porta alla scoperta di prodotti malconservati o scaduti. E’ un’esplorazione più tecnica, portata avanti con l’analisi incrociata di banche dati europee e accertamenti fiscali da una parte, e controlli sul territorio dall’altra. Una lente di ingrandimento posata sulla filiera dell’olio “mascherato”. Permette di capire parecchie cose: per esempio perché quattro bottiglie di olio extravergine su cinque battono ufficialmente bandiera italiana ma contengono prodotti stranieri (provenienti soprattutto da Spagna e Grecia). Prodotti, oltretutto, nascosti dietro etichette praticamente illeggibili. O perché quattro chili d’olio su dieci in vendita nei supermercati sanno di muffa (studio Unaprol, Coldiretti e Symbola). E ancora: come mai, a fronte delle 250mila tonnellate di olio che esportiamo, ne importiamo 470mila (nel 2010 sono state 100mila in più). Dove vanno? Come vengono miscelate? A quanto le rivendono?
Reportage di Paolo berizzi
20/12/2011 Repubblica.it
Sul mercato 700mila tonnellate di falsi cibi bio
maxioperazione della Finanza: sette arresti
Una truffa di proporzioni enormi. Dal 2007 gli indagati hanno distribuito alimenti con false etichette “bio”, il 10% del mercato nazionale. Sequestrate 2.500 tonnellate di prodotti. Un giro d’affari illegale per 220 milioni di euro. La Gdf: “Nessun pericolo per la salute pubblica”
(ansa)
ROMA – Sequestrate oltre 2.500 tonnellate di generi alimentari spacciati per biologici, ma che biologici non erano, soprattutto frumento, favino, soia, farine e frutta fresca. Ricostruita sulla carta la commercializzazione di oltre 700mila tonnellate di falsi prodotti bio (il 10% dell’intero mercato nazionale), per un valore di 220 milioni di euro. Questi i numeri dell’operazione “Gatto con gli stivali” condotta dalla Guardia di finanza di Verona, che ha arrestato sette persone tra il capoluogo scaligero, Ferrara, Pesaro Urbino e Foggia.
Gli arrestati sono gli architetti di una frode di proporzioni “impressionanti”, come sottolineano gli stessi investigatori, iniziata nel 2007 e portata alla luce da una complessa indagine coordinata dalla procura di Verona. Si tratta per lo più di titolari di aziende, ma tra loro risulta anche un dipendente di un ente di certificazione alimentare. Sono accusati di frode in commercio, associazione per delinquere, falso materiale ed emissione di fatture inesistenti.
Queste le identità e i ruoli dei sette arrestati: Luigi Marinucci, 63 anni, di Angiari (Verona), legale rappresentante della Sunny Land Spa e della Società Agricola Marinucci; Davide Scapini, 43, di Sona (Verona), socio al 49% e direttore commerciale della Sunny Land oltre che rappresentante di altre aziende; Angela Nazaria Siena, 39, di San Severo (Foggia), rappresentante della Bioecoitalia srl e di altre aziende nel settore agricolo-cereale; Andrea Grassi, 45, di Argenta (Ferrara), consulente e rappresentante di aziende agricole; Michele Grossi, 36, di Fano (Pesaro-Urbino), direttore regionale Marche dell’Organismo di Certificazione e controllo di suolo e salute; Stefano Spadini, 46, genovese, residente a Monte Cerignone (Pesaro-Urbino), consulente della Direzione Regionale Marche di Suolo e salute; Caterina Albiero, 47, di Salizzole (Verona), socio accomandatario della Bioagri sas e rappresentante legale de “La Spiga srl”.
Dal 2007, secondo quanto evidenziato dalle verifiche sulla tracciabilità dei prodotti, avrebbero distribuito sul mercato 700mila tonnellate di prodotti con etichetta “biologico” in realtà provenienti da Paesi terzi, come la Romania, o destinati ad altro tipo di alimentazione o semplicemente frutto di coltivazioni normali. Il tutto per un valore di oltre 220 milioni di euro.
Una frode che, comunque, non avrebbe attentato alla salute pubblica, come tiene a sottolineare il colonnello Bruno Biagi. “Allo stato – assicura il comandante provinciale della Guardia di Finanza – non ci sono elementi per dire che questi prodotti sono dannosi per la salute. Non ci risulta esserci pericolo per chi ha consumato questi prodotti, sulla base dei dati che abbiamo a disposizione”.
Il comandante evidenzia comunque che nel quadro delle indagini sono state materialmente sequestrate 2.500 tonnellate di prodotti, mentre il resto dello smercio è stato ricostruito solo sulla carta, sulla base delle diverse documentazioni che accompagnano il ‘viaggio’ dei prodotti alimentari indicati come biologici dalla coltivazione alla distribuzione per il mercato.
(06 dicembre 2011) Repubblica.it
Lotta ai gas serra: le pagelle
Nord Europa top, Italia insegue
A Durban la classifica delle performance delle politiche nazionali sui cambiamenti cllimatici. Il nostro Paese recupera qualche posizione, gli ambientalisti: “Spingere sulla green economy”. Ma le stime sull’innalzamento della temperatura rimangono allarmanti: alla conferenza crescono le pressioni su Cina e Usa dal nostro inviato ANTONIO CIANCIULLO
Manifestazione di Greenpeace a Durban (ansa)
DURBAN – I paesi del centro e del nord Europa sono saldamente in testa nella classifica degli Stati che frenano le emissioni serra. Ai primi posti (dopo il vuoto lasciato simbolicamente per sottolineare la mancanza di performance eccellenti) troviamo Svezia, Gran Bretagna, Germania, Brasile, Francia, Svizzera. Otto dei primi dieci classificati sono europei. L’Italia figura al trentesimo posto, in ripresa rispetto al quarantunesimo posto dell’anno scorso, ma ancora nettamente distanziata dal gruppo di testa. Tra gli ultimi dieci troviamo Arabia Saudita, Iran, Cina, Russia, Canada, Stati Uniti.
E’ la graduatoria preparata dall’organizzazione non governativa Germanwatch in collaborazione con Climate Action Network Europe e Legambiente e presentata poche ore fa a Durban alla conferenza Onu sul clima che fatica a trovare l’accordo sull’alt alle emissioni serra.
Il rapporto elabora una classifica riassuntiva e delle graduatorie che tengono conto dei vari aspetti: il livello delle emissioni di gas serra, il trend di crescita, l’efficacia delle politiche di intervento. Se l’Italia ha scalato qualche posizione è dovuto essenzialmente alla spinta - sia pure finora incerta e contraddittoria – in direzione dello sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica.
“Rimane il sospetto che il miglioramento dell’Italia sia dovuto principalmente alla crisi economica”, osserva il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. “Ma abbiamo la possibilità di raggiungere in breve tempo la pattuglia di testa. Basta spingere con decisione sul pedale della green economy evitando quello stop and go che ha caratterizzato gli ultimi due anni producendo un effetto devastante sulla credibilità del paese e sulla solidità del suo sistema imprenditoriale. Un primo segnale nella direzione giusta può venire proprio da Durban sostenendo l’Europa per rinnovare il protocollo di Kyoto e giungere a un nuovo accordo globale entro il 2015″.
Un accordo che diventa sempre più urgente. Lo prova l’ultimo rapporto reso noto alla conferenza di Durban. Secondo lo studio di Climate Analytics e Ecofys, due società di ricerca specializzate in questo settore, se anche venissero rispettate le promesse che i governi hanno fatto per il dopo 2012 rifiutando di sottoscrivere impegni vincolanti (con l’eccezione dell’Europa che ha stabilito target obbligatori per il 2020), la temperatura aumenterebbe di 3,5 gradi entro il secolo.
E’ una stima estremamente allarmante perché è il doppio della soglia che, secondo i calcoli più accreditati, costituisce il limite oltre il quale le probabilità di un effetto catastrofico su scala globale diventano molto alte. Per questo alla conferenza sul clima cresce la pressione sui grandi inquinatori (Cina e Stati Uniti che assieme totalizzano il 44 per cento del totale dei gas serra) perché rompano lo stallo che tiene bloccata la conferenza accettando di sottoscrivere un impegno vincolante per difendere l’atmosfera allentando la morsa del caos climatico.
(06 dicembre 2011) Repubblica.it
NUCLEARE IN FRANCIA
Greenpeace viola una centrale
“Sarebbe questa la sicurezza?”
Attivisti dell’organizzazione ambientalista sono entrati nella notte all’interno dell’impianto di Nogent-sur-Seine. Imbarazzo nel governo: “Vuol dire che qualcosa non ha funzionato”
La centrale atomica di Nogent-sur-Seine (ansa)
PARIGI - Un gruppo di militanti di Greenpeace si è introdotto stamani all’alba nella centrale nucleare di Nogent-sur-Seine, a 95 km a sudest di Parigi, per dimostrare che “il nucleare sicuro non esiste”. “Semplici militanti, con intenzioni pacifiche, sono riusciti con pochi mezzi a raggiungere il cuore di una centrale nucleare. Questa azione – scrive l’organizzazione ambientalista in un comuinicato – dimostra quanto le centrali nucleari francesi siano vulnerabili”.
“L’obiettivo era dimostrare quanto sia facile arrivare al cuore di un reattore”, ha aggiunto un’esperta nucleare dell’organizzazione ambientalista, Sophia Majnoni. Nel mirino di Greenpeace la valutazione dei pericoli data dal governo francese che “non tiene conto dei rischi già individuati in passato e e non impara dalle lezioni di Fukushima”. La scelta è caduta sull’impianto di Nogent-sur-Seine, gestito dalla Edf, perchè è il più vicino a Parigi, ha spiegato ancora l’organizzazione. In realtà nella scelta è probabile che abbia contato anche la voglia di rivincita di Greenpeace contro il colosso energetico francese che proprio poche settimane fa è stato condannato 1 per aver spiato illecitamente gli attivisiti dell’associazione, violandone i computer.
Il blitz ha messo in forte imbarazzo il governo francese. “Se l’inchiesta confermerà” che Greenpeace è entrata in una centrale nucleare, ha commentato il ministro dell’Industria Eric Besson, “vuol dire che qualcosa non ha funzionato e bisognerà prendere delle misure perché non succeda di nuovo”. Per Henri Guaino, consigliere speciale del presidente Nicolas Sarkozy, è stato un gesto “irresponsabile” da parte dei militanti, che deve “comunque far riflettere sulla sicurezza degli accessi alle centrali nucleari. Bisognerà trarne le conseguenze”. “Non si può consentire che chiunque entri così facilmente in una centrale nucleare”, ha aggiunto Guaino
Tentativi di intrusione da parte dei militanti ecologisti di Greenpeace sono stati registrati in nottata anche in altre due centrali francesi, a Blaye, nel sudovest, e a Cadarache, nel sud-est del paese. Gli ambientalisti, armati di scale e striscioni, sono stati fermati nei pressi della centrale.
In Francia il dibattito sulla sicurezza degli impianti atomici e l’opportunità di restare vicnolati all’energia nucleare è tornata prepotenetmente di attualità dopo la catatrofe di Fukushima e il referendum italiano. Rompendo quello che è stato a lungo un tabù, il Partito socialista ha stilato recentemente un accordo programmatico con i Verdi 2 in vista delle presidenziali della prossima primavera che prevede un’uscita graduale dal nucleare.
(05 dicembre 2011) Repubblica.it
Svizzera, riforma del fisco per dire addio al nucleare
Rivoluzione ‘verde’ preparando l’abbandono del nucleare: il governo elvetico pensa a imposte più alte per chi utilizza combustibili fossili, stimolando così le energie alternative attraverso meno tasse per chi è più eco-sostenibile di FRANCO ZANTONELLI
La centrale di Beznau
BERNA - Tassare di più l’energia da fonti fossili e di meno il lavoro ed il risparmio. È l’obiettivo ambizioso del governo elvetico che, incentivando popolazione e imprenditori ad utilizzare fonti energetiche alternative con sgravi fiscali, ritiene di poter traghettare la Svizzera all’abbandono del nucleare, nel 2035. Il che significa, in sostanza, un carico fiscale più leggero per chi utilizza energie non inquinanti e più pesante per chi ricorre, ad esempio, a quelle fossili.
Sono cinque le centrali nucleari elvetiche che verranno spente, di qui al 2035, così com’era stato deciso a ridosso della catastrofe nucleare 1 di Fukushima. Centrali che, attualmente, assicurano il 40 per cento del fabbisogno energetico svizzero.
LO SPECIALE Il disastro di Fukushima 2
“Un’imposta sull’energia – ha spiegato il ministro delle Finanze, Eveline Widmer-Schlumpf – comporta una vera e propria rivoluzione del sistema fiscale. Dalla quale deriverà una diminuzione delle altre imposte, comprese quelle che toccano i redditi dei cittadini, gli introiti delle aziende, come pure un’eventuale riduzione dell’Iva”.
Anche se, proprio l’Iva, che ogni anno porta, nelle casse pubbliche svizzere, l’equivalente di 20 miliardi di euro, appare per Widmer-Schlumpf l’ostacolo più arduo da superare, in vista dell’introduzione di una fiscalità ecologica.
Il progetto, intanto, fa storcere il naso agli ambienti economici ed ai partiti che li sostengono, nonostante la rassicurazione del ministro secondo cui “il carico fiscale non verrà aumentato”. I liberali paventano il “passaggio ad un’economia pianificata”, mentre per le associazioni imprenditoriali “la Svizzera, in particolare per le pressioni che sta subendo dall’esterno, necessita di una serie di riforme, all’interno delle quali non c’è, tuttavia, spazio per un’imposta ecologica”.
Di parere opposto i Verdi e la sinistra, i quali chiedono ora che la riforma venga messa in atto rapidamente. Il ministro dell’ambiente, Doris Leuthard, ha spiegato che si lavorerà a tappe. “Si tratta di capire – ha detto – quali obiettivi si potranno raggiungere nel 2020, nel 2035 e nel 2050″. Anche perché la chiusura delle centrali nucleari, approvata dal parlamento, è inderogabile. Ne conseguirà che, entro il 2035, solo industria e servizi dovranno risparmiare 49 terawattora, ovvero 49 milioni di megawattora.
L’anno prossimo il governo avrà le idee più chiare e entro l’estate dovrà stabilire quale degli scenari, nel frattempo allo studio dei ministeri dell’ambiente e delle finanze, sarà ritenuto più realistico e accettabile da parte dell’opinione pubblica. “Una delle condizioni per una riforma ecologica del fisco – ha messo in guardia non a caso Beat Bürgener, docente di economia politica all’università di Ginevra – è che lo Stato non miri a riempire le proprie casse. L’obiettivo è quello di cambiare le abitudini energetiche dei cittadini, non di aumentare le tasse” .
(02 dicembre 2011) Repubblica.it
Foreste artificiali contro CO2 “Clone degli alberi ci salverà”
Assorbono ogni giorno la quantità di anidride carbonica che un albero elimina in un anno. Per l’Associazione degli ingegneri britannici la strada migliore contro l’effetto serra di ELENA DUSI
Una ricostruzione di come potrebbero apparire gli alberi artificiali
ROMA - Se il respiro degli alberi non basta a depurare il pianeta, l’uomo prova a intervenire costruendo foreste artificiali. Mimando il meccanismo con cui le piante assorbono anidride carbonica, questi impianti non troppo diversi nell’aspetto da un pannello solare sfruttano una reazione chimica per risucchiare la CO2 dall’aria. Se un castagno con le sue foglie larghe impiega un anno ad assorbire una tonnellata del gas serra, l’albero artificiale è in grado di raggiungere questo obiettivo in un giorno.
Secondo l’Associazione degli ingegneri britannici, gli alberi artificiali rappresentano la strada migliore per arginare il cambiamento climatico. “I governi e le aziende – si legge in una nota del gruppo che raccoglie 35mila professionisti – dovrebbero concentrare i finanziamenti su questa tecnologia, affinché si diffonda rapidamente e raggiunga una scala sufficientemente ampia da dare risultati concreti”. Gli alberi artificiali sono studiati attualmente dalla Columbia University e prodotti a livello di prototipo dall’azienda Global Research Technologies di Tucson in Arizona. Per il 24 ottobre Klaus Lackner, il ricercatore della Columbia che più se ne occupa, ha organizzato una dimostrazione pratica del loro funzionamento a Londra nel corso della “Air capture week”.
Il rapporto tecnico dell’Associazione degli ingegneri fa notare che questi impianti sono semplici da costruire e possono essere installati ovunque, per esempio ai bordi delle strade o laddove già esistono delle pale eoliche. Sono pannelli di dimensioni variabili, da uno a dieci metri quadri, che contengono idrossido di sodio. Quando questa sostanza entra in contatto con l’anidride carbonica, scatta una reazione chimica che cancella il gas serra e produce carbonato di sodio.
Fin qui il disegno è abbastanza lineare (a eccezione di alcuni dettagli mantenuti riservati per ragioni industriali). Eliminare i prodotti di reazione resta però un problema arduo e l’idea di seppellirli in grotte scavate a grandi profondità fino a oggi si è sempre arenata di fronte a costi e difficoltà tecniche. Per gli stessi alberi sintetici, l’aspetto finanziario resta un punto interrogativo. Secondo l’Associazione degli ingegneri britannici infatti il costo di un singolo albero può essere ribassato fino a 20mila dollari. Mantenendo comunque assai pesante il conto per gli 8,7 miliardi di tonnellate di anidride carbonica emessi ogni anno, che foreste (vere) e fitoplancton marino riescono ad assorbire solo a metà. Secondo uno studio dell’università del Colorado pubblicato su Environmental Science and Policy, solo per cancellare l’anidride carbonica emessa dalle auto americane (il 6 per cento di tutte le emissioni di CO2 negli Usa) bisognerebbe spendere 48 miliardi di dollari in foreste sintetiche.
Se l’Associazione degli ingegneri britannici ha deciso comunque di puntare sugli alberi artificiali per arginare il cambiamento climatico è perché gli altri progetti di geo-ingegneria sono ancora più difficili da realizzare. Questa disciplina, che si propone di risolvere il problema dell’inquinamento con soluzioni ad alta tecnologia, ha finora generato idee decisamente troppo complicate (come quella di lanciare in orbita dei pannelli riflettenti per respingere i raggi del sole) o che si sono dimostrate poco efficaci all’atto pratico, come l’iniziativa di spargere un fertilizzante in mare per accelerare la crescita di fitoplancton.
L’anidride carbonica – uno dei gas che più contribuiscono all’effetto serra e quindi al riscaldamento climatico – è in continuo aumento dai tempi della rivoluzione industriale. Intorno al ‘700 questa sostanza prodotta dai combustibili fossili era presente nell’atmosfera con una concentrazione di 280 parti per milione, che oggi stanno per sfondare quota 400. Le previsioni per il futuro sono rese più fosche dal fatto che il tasso di emissioni non accenna a frenare. Gli 8,7 miliardi di tonnellate di oggi, secondo le stime dell’Agenzia per l’energia statunitense, sono infatti destinati a diventare 12 nel 2030.
(28 agosto 2011) Repubblica.it
IL PARADOSSO DEI BIOCARBURANTI
IL RAPPORTO
Greenpeace sul biodiesel: l’utilizzo di materia prima d’importazione rischia di incentivare i danni ambientali e l’aumento dei gas serra. “Ma l’obiettivo del 10% è giusto”, dice l’associazione ambientalista. “Ma bisogna puntare sulle coltivazioni locali” di ANTONIO CIANCIULLO
Una foresta in Indonesia
ROMA - “Metti una tigre, in estinzione, nel motore”. Lo slogan, contenuto nell’ultimo rapporto di Greenpeace, fotografa un paradosso ambientale. Una buona azione ecologica – la normativa europea che obbliga ad usare almeno il 10 per cento di biocarburanti – rischia di trasformarsi in un boomerang che incentiva la deforestazione, accelerando la perdita di biodiversità e il caos climatico. Come? Grazie a un trucco naturalmente.
La prima trappola possibile è stata evitata dall’Unione europea. Temendo che per ottenere le piante da cui estrarre i biocarburanti si aggravasse la pressione che restringe il manto verde del pianeta, Bruxelles ha vietato di utilizzare biocarburanti che provengano dal cambio diretto di destinazione dell’uso dei suoli: togliere foresta pluviale per far spazio a soia, colza e palma da olio da trasformare in carburanti è un danno ambientale che evidentemente non può essere incentivato.
Ma, fatta la legge, è stato trovato il raggiro: si chiama cambio indiretto di destinazione. E’ il gioco delle tre carte. Si prende un terreno coltivato a fini alimentari e lo si destina a colture energetiche. A questo punto, ovviamente, manca il suolo in cui seminare le piante necessarie a fornire il cibo. Dove trovarlo? Erodendo la quota di foresta ancora intatta. Si ritorna così al paradosso del danno ecologico incentivato.
Per bloccare questo sistema, il rapporto di Greenpeace (“La benzina verde minaccia clima e foreste”) ha fatto un’analisi della situazione attuale proponendo un’alternativa: “Gli italiani che vanno in vacanza usando la macchina fanno il pieno di cambiamenti climatici, deforestazione ed estinzione di specie”, ricorda Chiara Campione, responsabile della campagna foreste di Greenpeace. “Abbiamo analizzato i combustibili utilizzati nei paesi europei e abbiamo scoperto che in Italia c’è il record di consumo di olio di palma, una delle colture a più alto impatto ambientale: nel nostro paese il biodiesel viene prodotto prevalentemente con materia prima d’importazione”.
La produzione di biodiesel in Italia è notevolmente aumentata negli ultimi 6 anni: ci sono 12 impianti che hanno una capacità produttiva potenziale pari a 2,4 milioni di tonnellate. Oggi l’Europa si attesta attorno al 6-7 per cento di consumo di biodiesel ma, per ridurre l’uso di combustibili fossili, il target è il 10 per cento entro il 2020.
“L’obiettivo è giusto, i mezzi sbagliati – continua Chiara Campione – serve una legge che renda obbligatorio il calcolo delle emissioni serra prodotte dal ciclo completo di lavorazione dei biocarburanti. Bisogna incentivare il biodiesel a basso impatto ambientale: dunque coltivazioni locali, che non richiedono l’uso di pesticidi e crescono con poca acqua. Solo a queste condizioni si può veramente parlare di biodiesel.
19 Luglio 2011 Repubblica.it
SE POTESSI AVERE … MILLE LIRE AL MESE
È il titolo della rassegna che si pone come obiettivo quello di approfondire le tematiche relative al lavoro e alla crisi dell’economia capitalista. In questi ultimi due anni una forte crisi ha investito l’economia di numerosi Paesi, modificando gli assetti internazionali sui quali si era sorretta per decenni. Nuovi profili drammatici si profilano all’orizzonte.
Purtroppo le televisioni nazionali hanno trattato la questone con un’enorme superficialità lasciando la popolazione immersa in un profondo stato confusionale.
Attraverso questi cinque film cercheremo di fare chiarezza sulle cause che hanno scatenato la crisi delle banche mondiali e le conseguenze più dirette che questo sconvolgimento planetario provoca o provocherà nel breve termine. Prima fra tutti: il lavoro.
L’industria e l’agricoltura sono i due settori principali sul nostro territorio. Molto spesso dimenticati o lasciati in secondo piano rispetto ad un terziario molto più modernista, sono i primi a risentire di una crisi economica, il cui ordine di grandezza è calcolobile in base al numero di licenziamenti e di attività che dichiarano il fallimento. Due film in particolare, In Fabbrica e Terra Madre, ci illustreranno scenari passati, presenti e futuri, di questi due “mondi”, con l’intento di donare ad ogni cittadino che ne faccia ancora parte, una presa di coscienza del proprio ruolo, ancora fondamentale, all’interno della società.

