La nostra risposta all’acqua

CONTRO OGNI MINACCIA DI PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA PUBBLICA, L’ASSOCIAZIONE “NON UNO DI MENO”, HA PROPOSTO UNA MODIFICA DELLO STATUTO COMUNALE DI SAN LORENZO IN CAMPO

qui di seguito l’integralità del testo:

ASSOCIAZIONE “NON UNO DI MENO”

Via Giovanni XIII, n. 28- 61047 San Lorenzo in Campo (PU)

Codice Fiscale: 90038320413

www.nonunodimeno.it

info@nonunodimeno.it

 

 

Alla cortese attenzione

dell’Amministrazione comunale di San Lorenzo in Campo

 

e p.c. Sindaco del Comune di San Lorenzo in Campo

Sig. Di Francesco Antonio

 

e p.c. Assessore all’Ambiente, Territorio ed  Associazioni del

Comune di San Lorenzo in Campo

Sig. Berti Vincenzo

 

 

OGGETTO: Modifica dello Statuto comunale di San Lorenzo in Campo per la salvaguardia dell’acqua bene comune

 

 

Con la presente l’Associazione “Non uno di meno” con la finalità di tutelare l’acqua pubblica come bene e diritto umano inalienabile

CHIEDE

all’Amministrazione comunale di San Lorenzo in Campo di modificare lo Statuto comunale con l’inserimento dell’articolo riportato qui di seguito:

 

Articolo da inserire nello Statuto comunale: “Il Comune di San Lorenzo in Campo riconosce l’acqua quale patrimonio dell’umanità, bene comune pubblico e diritto inalienabile di ogni essere vivente.

Si riconosce il “Diritto umano all’acqua”, ossia l’accesso alla risorsa idrica come diritto umano, naturale, indivisibile ed inalienabile.

Il servizio idrico integrato è di interesse generale ed è un servizio pubblico locale privo di rilevanza economica, in quanto servizio essenziale per garantire l’accesso all’acqua per tutti e pari dignità umana ai cittadini.

La proprietà delle infrastrutture e delle reti del servizio idrico integrato è pubblica ed inalienabile. La gestione del servizio idrico integrato è effettuata da soggetti pubblici.”

 

Certi di una Vostra celere approvazione di tale modifica, vista l’importanza e l’attualità dell’argomento, si porgono cordiali saluti.

 

 

San Lorenzo in Campo; 02 Giugno 2012

 

per l’Associazione “Non uno di meno”

Diego Feduzi

 

 
 

“movimento per l’acqua”

“La Repubblica siamo noi”

Da piazza Esedra a San Giovanni 5mila persone si sono ritrovate in corteo per “riaffermare la necessità che venga rispettato il voto del referendum di giugno 2011″. Partito anche un “avvertimento” in merito alla vendita del 21% di Acea: “Sarà una goccia a far traboccare il vaso”. Hanno sfilato anche i terremotati dell’Emilia, i gruppi contro le discariche e i NoTav

di MARCO CIAFFONE e MAURO FAVALE

"La Repubblica siamo noi" in piazza il Movimento per l'acqua

 
 

“Il voto va rispettato”. Non poteva essere più chiaro il riferimento al referendum del giugno 2011, il cui risultato vide prevalere nettamente la difesa dell’acqua come bene pubblico. I movimenti che sostennero l’iniziativa referendaria sono tornati in piazza. Circa millle persone si sono riunite a piazza Esedra e hanno iniziato la “marcia” alle 15.30. All’arrivo a piazza San Giovanni, alle 18, i manifestanti erano 5mila.

Il corteo da piazza Esedra a San Giovanni

Tra i manifestanti le bandiere di Cobas, Federazione della Sinistra, Verdi e Movimento 5 stelle. Tra gli slogan, si rivendica che il “13 giugno 2011 io c’ero” e si lancia la provocazione: “Sarà una goccia a far traboccare il vaso”. L’obiettivo della protesta, per i romani, è chiaro: la vendita del 21% delle quote di Acea ai privati. “Significa svendere l’acqua dei romani”, affermano i manifestanti prima di spiegare con uno striscione il senso che danno alla ricorrenza di oggi: “La Repubblica siamo noi”. Su Twitter, invece, il profilo di Acqua Bene Comune cinguetta: “Insomma, tra noi e la parata militare vinciamo noi mille a zero”.

E l’ottica nazionale non manca; sfilano infatti anche i terremotati dell’Emilia, perché “Il terremoto ci ha tolto case e lavoro ma nessuno può toglierci la res publica”.

 

Con loro, i gruppi che protestano contro le discariche previste intorno alla capitale e in Campania, oltre ai NoTav.

Pd. Umberto Marroni, caogruppo del Pd in Campidoglio, afferma: “L’infausto progetto di svendita di Acea targato Alemanno è in palese contrasto con il referendum popolare, anche alla luce di ciò ribadiamo al sindaco la richiesta di accantonare l’illegittima delibera 32 e di iniziare finalmente la discussione del bilancio visto che mancano solo 29 giorni alla scadenza dei termini di legge”.

Per Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, “Il modo migliore per festeggiare la Repubblica è quello di marciare con il popolo dell’acqua”.

Idv. “Giù le mani dall’acqua pubblica!”. E’ quanto scrive sul suo profilo Facebook Antonio Di Pietro: “L’Italia dei Valori, che lo scorso anno ha promosso e sostenuto i referendum contro la privatizzazione dell’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento, partecipa alla mobilitazione. L’acqua non è una merce, ma un bene dell’umanità e, pertanto, appartiene a tutti. Per questo, l’Idv vigilerà affinché la volontà popolare espressa attraverso il voto referendario sia rispettata pienamente. Non consentiremo a nessuno di calpestare la democrazia e di sacrificare gli interessi collettivi in nome delle lobby e dei potenti”.

Sel. “La mobilitazione rappresenta un’alternativa  concreta alle politiche neo liberiste di privatizzazione come quelle portate avanti dal governo Monti e, a livello locale da Alemanno su Acea” afferma l’esponente di Sel Paolo Cento.”A partire dalla Regione Puglia, unica regione che ha avviato la ripubblicizzazione dell’acquedotto e che ha impugnato davanti alla Corte Costituzionale l’obbligo di privatizzare i servizi locali, Sel è impegnata con sindaci e amministratori locali a difendere in tutto il territorio nazionale l’esito referendario per l’acqua bene comune come contenuto decisivo anche per costruire un’alternativa di governo nel nostro Paese”.

 

2 Giugno 2012 Repubblica.it

 
 

GIORNATA DELLA LIBERAZIONE

Reggio Emilia, 1969. Un gruppo di ragazzi abbandona la locale Federazione giovanile comunista, per dar vita, insieme ad altri coetanei di provenienza anarchica, socialista, cattolica, all’Appartamento, una comune sessantottina che insegue il sogno rivoluzionario e che vede nel partito comunista al governo della città, il tradimento degli ideali partigiani e antifascisti appartenuti ai loro padri e nonni durante e dopo la seconda guerra mondiale. Dall’esperienza dell’Appartamento, di lì a due anni, usciranno alcuni tra i più duri brigatisti rossi degli “anni di piombo”: Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli, Roberto Ognibene, Prospero Gallinari, Renato Azzolini.
Reggio Emilia, autunno 2007. Alcuni dei “ragazzi del 1969” si ritrovano dopo quasi 40 anni nello stesso luogo, un ristorante sulle colline, dove il gruppo dell’Appartamento compì il salto tragico e fatale nella lotta armata. Seduti intorno a un tavolo, con rievocazioni a tratti drammatiche, Franceschini, Paroli e Ognibene (tre ex brigatisti tornati alla vita normale dopo una lunga detenzione nelle prigioni di mezza Italia) insieme a Paolo Rozzi e Annibale Viappiani (che non aderirono alle Brigate rosse, e oggi sono impegnati il primo nel Partito Democratico, il secondo nel sindacato ) ripercorrono una sorta di viaggio a ritroso, alla ricerca delle motivazioni più profonde delle rispettive scelte. A integrare le ricostruzioni dei cinque protagonisti, due testimoni davvero sorprendenti, che in vario modo e a vario titolo parteciparono alla esperienza dell’Appartamento: Corrado Corghi, ex dirigente della Democrazia Cristiana ed esponente del cattolicesimo del dissenso, e Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli comunisti trucidati dai nazifascisti nel ’43.

 

 
 

La nuvola nera del ‘cloud computing

News – 17 aprile, 2012

Cosa si nasconde dietro la condivisione di immagini, canzoni o semplici documenti in rete? Per scoprire l’impatto sul clima del ‘cloud computing’ lanciamo oggi “How Clean is your Cloud?”, un’analisi delle scelte energetiche di 14 aziende IT.
martedì 17 aprile 2012Apple Headquarters in Cupertino, CA © Jakub Mosur / Greenpeace

 

Grazie alle nuove tecnologie della nuvola digitale è possibile scambiare informazioni via etere in quantità e con una rapidità sempre maggiore. Ma a quale prezzo?

Lo studio di Greenpeace evidenzia che nomi importanti a livello mondiale come Apple, Amazon e Microsoft continuano a utilizzare il carbone e l’energia nucleare per alimentare i propri data center. Due fonti sporche e pericolose che minacciano il clima e la salute dell’uomo. Convincili a cambiare!

Di seguito la classifica valutata su oltre 80 data center alimentati dalle 14 compagnie IT.Le percentuali si riferiscono al Clean Energy Index elaborato da Greenpeace sulla base della domanda elettrica (in megawatt) degli impianti e della percentuale di energia rinnovabile utilizzata dagli stessi:

1. Yahoo! (56,4%);
2. Dell (56,3%);
3. Google (39,4%);
4. Facebook (36,4%);
5. Rackspace (23,6%);
6. Twitter (21,3%); 7. HP (19,4%);
8. Apple (15,3%);
9. Microsoft (13,9%);
10. Amazon Web Services (13,5%);
11. IBM (12,1%);
12. Oracle (7,1%);
13. Salesforce (4,0%).

Se il comparto del cloud computing non farà passi avanti verso politiche energetiche pulite e sostenibili, le conseguenze per il clima potrebbero essere catastrofiche. Alcuni data center, infatti, consumano quanto 250 mila case europee, mentre se la “nuvola digitale” fosse uno Stato, la sua domanda di energia elettrica sarebbe la quinta al mondo, dato che triplicherà entro il 2020.

Gli edifici che ospitano i data center sono talmente grandi da essere visibili dallo spazio. Ovviamente per alimentare le macchine che si trovano all’interno di queste strutture, il quantitativo di energia che deve essere utilizzato è davvero enorme.

Consapevoli dei rischi, alcune aziende hanno già preso una posizione decisa nei confronti dell’ambiente, scegliendo di utilizzare una percentuale di fonti rinnovabili per alimentare i propri giganti elettronici. Nomi come Google, Yahoo! e Facebook spiccano infatti nella classifica pubblicata da Greenpeace.

Ma bisogna fare molto di più.

Crediamo sia giunto il momento che tutte le aziende compiano un passo verso politiche energetiche più trasparenti, condividendo soluzioni innovative per migliorare il settore, sviluppando i data center dove siano disponibili energie pulite e aprendo una collaborazione con governi e fornitori per la distribuzione di reti elettriche rinnovabili.

Leggi il rapporto “How Clean is your Cloud?“.

Nuvola digitale. Quanto è pulita?” il briefing in italiano.

greenpeace.it

 
 

Rispetta l’ambiente e sei felice vince il modello del Costarica

Il X Forum internazionale dell’Informazione per la Salvaguardia della Natura, organizzato dall’associazione culturale, quest’anno avrà sede a San José dal 30 ottobre al 3 novembre. Raccontando la storia di una nazione-modello per le politiche ambientali di SARA FICOCELLI

Rispetta l'ambiente e sei felice vince il modello del Costarica

SECONDO il World Database of Happiness, il Costa Rica è il Paese più felice del mondo. E’ anche per questo che il X Forum internazionale dell’Informazione per la Salvaguardia della Natura, organizzato dall’associazione culturale Greenaccord, quest’anno avrà sede qui, perché una nazione che adotta politiche ecosostenibili ed è sensibile alle tematiche ambientali e alla loro divulgazione, è sicuramente anche un posto “felice” in cui vivere, e viceversa.

“E’ il Governo del Costa Rica ad aver scelto noi – spiega il presidente di Greenaccord, Alfonso Cauteruccio – : siamo stati invitati a trasferire il nostro Forum lì perché ritenuto un evento internazionale perfetto per far conoscere al mondo il modo in cui questa nazione valorizza il proprio capitale naturale”.

Il Forum si terrà a San José, la capitale, dal 30 ottobre al 3 novembre, e il programma verrà presentato a Roma questa mattina nella sede dell’IILA (Istituto Italo-Latino Americano) da quindici nomi illustri del mondo economico, sociale e politico mondiale e da un centinaio di giornalisti esperti di tematiche ambientali e sviluppo sostenibile, affiancati dal presidente dell’IILA e ambasciatore del Costa Rica in Italia, Federico Ortuño Victory, da Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere, e da Cauteruccio e Andrea Masullo, presidente e responsabile del Comitato scientifico di Greenaccord.

Obiettivo delle quattro giornate, l’approfondimento delle misure politico-economiche volte ad assicurare una corretta gestione delle risorse naturali nei vari Paesi del pianeta, facendo il punto sul dopo “Rio+20″, che si terrà a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno. Consapevole del ruolo cruciale giocato dai Paesi di sud e centroamerica nella gestione delle politiche ambientali globali, il Forum internazionale riaprirà il dibattito partendo proprio da quell’area e da un Paese che, grazie all’uso virtuoso delle materie prime (fondamentali sono state, in questi anni, la scelta di non utilizzare i giacimenti di petrolio, di preservare le foreste, di salvaguardare la ricchissima biodiversità del territorio, di dotarsi di una legislazione ambientale giudicata e premiata da un organismo internazionale come la migliore al mondo) e agli importanti investimenti nel campo dell’istruzione, della cultura e dell’ambiente, rappresenta oggi un esempio da seguire per le nazioni del sud del mondo e per Paesi avanzati come l’Italia.

Il tema dell’incontro sarà il rapporto tra “capitale umano e capitale naturale”, in vista della costruzione di “un’economia capace di futuro”. “Ci auguriamo di essere all’altezza delle aspettative – continua Cauteruccio – e di dar modo ai giornalisti invitati di sperimentare come realmente un’intera nazione possa porsi l’obiettivo il diventare “green”, valorizzando il proprio immenso capitale naturale, la propria biodiversità, la propria legislazione all’avanguardia. Con la finalità di diventare, nel giro di pochi anni, interamente “carbon free” “.

Fedele nel suo impegno ambientale, il Costa Rica sta infatti lavorando per diventare entro il 2012 il primo Paese a zero emissioni di carbonio, ovvero con un bilancio pari a zero tra quelle di anidride carbonica e altri gas contaminanti e il CO2 assorbito dalle piante. “Questo grande progetto – spiega il consigliere dell’Ambasciata del Costa Rica, Olger Adonai Arias Sanchez – coinvolge tutti i settori, pubblici e privati. Già diverse industrie agrarie costarricensi hanno ottenuto la certificazione internazionale per il processo di produzione “carbone neutro” ma attualmente si stanno diffondendo produzioni di energia pulita quali quella idrica, eolica, geotermica e a pannelli solari. In Costa Rica più del 95% dell’energia elettrica che si consuma viene prodotta da fonti rinnovabili”. Il Paese è insomma un punto di riferimento ecologico a livello mondiale, ed è ad oggi il più verde del mondo. Una piccola, grande nazione senza esercito, al primo posto nell’Indice di Impegno Ambientale dell’America Latina e quinta a livello mondiale, che ospita più del 5% della biodiversità del pianeta. Il Costa Rica è il terzo Paese con l’aria più pulita del mondo e l’unico ad aver protetto la maggior parte del proprio territorio, dato che circa il 30% è rappresentato da parchi naturali e riserve statali e più del 5% da aree protette private.

Un appuntamento che è dunque un riconoscimento importante per il Paese centroamericano e un traguardo per Greenaccord, alla luce di un percorso decennale denso di soddisfazioni: “Quella più grande – continua il presidente – è stata quando il nostro Forum è stato definito “l’appuntamento internazionale migliore nel campo del giornalismo ambientale”, riconoscimento che deriva dalla formula semplice che abbiamo adottato finora, basata sul mostrare ai giornalisti il mondo della scienza con gli interventi dei migliori esperti mondiali, scelti per ogni campo. La difficoltà maggiore è invece stata sempre la stessa: trovare le risorse necessarie per lavorare con qualità e professionalità”.

E in Italia, com’è la situazione? “Da noi è ancora vivo il dibattito su antropocentrismo e biocentrismo – spiega Cauteruccio – e si tende a dividere il capitale umano da quello naturale. Io credo che sia il momento di orientarsi verso un antropocentrismo moderato o “di relazione”, basato su un’umanità che sa vivere in armonia con le persone e l’ambiente che lo circonda. E’ questa l’unica premessa culturale che permetterà di stabilire un rapporto maturo tra capitale umano e capitale naturale. Poi verranno tutte le altre considerazioni”.

Per raggiungere questo punto di equilibrio, la “green economy” diventa dunque un volano imprescindibile, l’unico capace di rilanciare l’economia su basi nuove e di garantire un futuro sostenibile alle generazioni che verranno. “Ci sono già tante aziende nostrane che hanno scelto questa strada – conclude il presidente di Greenaccord – e che stanno diventando esempi da imitare anche all’estero. La crisi che stiamo attraversando è anzitutto “di civiltà”. E la green economy ha tutte le caratteristiche, compresa l’eticità, per aiutarci a puntare ad un futuro diverso”.

(22 marzo 2012) Republica.it

 
 

Vademecum per la privacy in Rete

Come mi nascondo da Google

Dal 1° marzo, tra non pochi dubbi, sono entrate in vigore le nuove regole di privacy di Google. Piccolo viaggio tra i sistemi per regalare il meno possibile di se stessi al sistemi di tracciamento dei servizi di Mountain View di IVAN FULCO

Come mi nascondo da Google Vademecum per la privacy in Rete

SECONDO i teorici del Grande Fratello (quello orwelliano, non quello Endemol), lo scambio non è per nulla equo: ogni giorno, Google permette ai suoi utenti di accedere a decine di servizi online in forma gratuita, ma il prezzo da pagare – per quanto non monetario – è comunque troppo alto. Sono tutti i dati che quotidianamente condividiamo con Mountain View (registrando un Google Account o anche solo eseguendo una ricerca), e che entrano nell’ecosistema del mercato pubblicitario a disposizione di decine di società. Google conosce il tuo nome, la tua posizione geografica, utilizza la tua cronologia di navigazione. Tutto con un obiettivo primario: fornire agli utenti inserzioni pubblicitarie mirate, per alimentare quel business che, solo nel 2011, ha stabilito un nuovo record, con un utile trimestrale di 9,72 miliardi di dollari.

Dopo l’esordio, Il primo marzo, delle norme unificate sulla privacy 1, il fronte degli scettici ha trovato tuttavia nuovi protagonisti. L’Unione Europea ha espresso “profonda preoccupazione” per le nuove regole 2, sollevando dubbi sulla loro legalità. Il Presidente Obama 3 ha avviato un piano per la protezione dei dati dei consumatori. Per diffondere una maggiore consapevolezza, una start-up italiana, Iubenda, sta sviluppando un servizio 4 che mostri in tempo reale la diffusione dei nostri dati in Rete. Ma per un normale utente che non voglia condividere informazioni con Mountain View, qual è la soluzione?

Le armi di Google contro Google. Gli strumenti primari, paradossalmente, sono forniti da Google stessa. La pagina degli “Strumenti per la privacy” 5, per iniziare, illustra tutte le procedure attraverso cui monitorare e cancellare i propri dati dagli archivi Google. È possibile eliminare elementi dalla cronologia di ricerca (“Controlli della Cronologia web”) o disattivare la registrazione delle chat (“Chat di Gmail non salvate nel registro”), ma soprattutto usare gli strumenti del “Data Liberation Front” che, per ogni servizio, spiega passo passo come esportare in locale i propri dati per poi cancellarli dai server remoti.

Dalla pagina degli “Strumenti per la privacy” è inoltre possibile accedere alla Dashboard personale 6, che raccoglie le informazioni relative a tutti gli account creati con i servizi Google. Un pannello centralizzato che, per molti utenti, può rappresentare un riepilogo quasi completo delle proprie attività in Rete, dal quale gestire contatti, email, calendari, ma anche le impostazioni di Google+, YouTube, Picasa o di eventuali account esterni collegati, come quelli di Facebook e Twitter.  Qui è possibile persino compiere il proprio “suicidio internettiano”: un clic su “Gestisci account”, poi su “Chiudi l’intero account ed elimina tutti i servizi e le informazioni associati” e la nostra identità web sarà storia. Ovviamente, da maneggiare con cautela.

Oltre Google: navigazione privata ed estensioni. Per chi non vuole combattere il nemico con le armi del nemico, molti sviluppatori offrono strumenti ad hoc per preservare la privacy. Ogni browser moderno  -  come Internet Explorer, Firefox, Chrome o Safari  -  dispone ormai di una propria modalità per la navigazione privata (o “in incognito”). Queste ultime, tuttavia, cancellano prevalentemente le tracce locali della navigazione, influendo solo in parte sui dati che vengono registrati da Google.

Nel caso specifico di Safari, sia in versione desktop che mobile, la situazione è più complessa. Il browser di Apple blocca automaticamente i tentativi di tracking, rendendo teoricamente impossibile per Google la consultazione della nostra cronologia. Un articolo recente del Wall Street Journal ha però rivelato come, inserendo una porzione di codice nei propri siti, Mountain View abbia aggirato questa protezione, di fatto spiando gli utenti Mac, iPhone e iPad.

Se invece si vuole un reale livello di sicurezza extra, può essere quindi utile installare specifiche estensioni sul browser. Tra i più diffusi c’è Ghostery 7 – ironicamente sviluppato da un ex-dipendente Google  -  disponibile per Firefox, Chrome, Safari, Opera e Internet Explorer. Agendo in background, Ghostery impedisce la diffusione di dati verso l’esterno, arrivando persino a bloccare specifici elementi delle pagine web e mostrando verso quali servizi vengono dirottate le nostre informazioni. Il software può essere usato anche su iPhone/iPad, scaricando l’app gratuita 8 e utilizzandolo al posto di Safari.

Anche in questo caso, le alternative non mancano. Tra le principali vanno segnalate Do Not Track Plus 9, TrackMeNot 10 o Trackerblock 11, che permettono di ottenere risultati simili semplicemente installandoli sul browser. Persino Google ha sviluppato la sua estensione personale, intitolata Keep My Opt-Outs 12, attraverso la quale è possibile disattivare il tracciamento dei dati e la pubblicità personalizzata.
Strumenti per esperti

Per compiere il salto di qualità in termini di privacy, serve tuttavia una minima competenza tecnica. L’anonimato assoluto si può raggiungere infatti solo con strumenti più complessi, come Tor 13, un software open source che nasconde l’utente confondendone le tracce all’interno della Rete, eludendo così i tentativi di intercettazione di qualsiasi genere, non solo quelli di Google.

Chi è alla ricerca di uno strumento più accessibile, può invece rivolgersi ai numerosi proxy disponibili gratuitamente in Rete. Sono siti come Anonymouse 15 o Proxybrowsing 16, per citarne alcuni, che “filtrano” la navigazione impedendo ai nostri dati di essere rilevati. È sufficiente accedere al servizio, senza iscrizione, e digitare l’indirizzo web da visitare. E la privacy è tratta, pur al prezzo di una navigazione più lenta e meno agile. Si tratta degli stessi strumenti, a margine, che vengono utilizzati dai navigatori più esperti per aggirare i blocchi regionali, come accade in Italia per alcuni siti pirata o di scommesse illegali. Ma questa è un’altra battaglia, forse più ambigua ed eticamente meno nobile.

5 marzo 2012  Repubblica.it

 
 

“GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA”

Vogliamo anche le rose racconta il profondo cambiamento portato dalla liberazione sessuale e dal movimento femminista in Italia a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Il film si propone di raccontare fatti della Storia recente con l’originalità di uno sguardo “al femminile” su vicende che videro protagoniste proprio le donne.

 
 

Reattori pericolosi una mappa per riconoscerli

Reattori pericolosi una mappa per riconoscerli

Greenpeace ha identificato le centrali nucleari a rischio in Europa. Sono 437 quelli possono far scattare l’allarme. Cliccando sui reattori è possibile capire il livello di esposizione nel territorio circostante

Sono 437 puntini gialli. Attorno a ognuno di questi puntini può scattare, in caso di incidente grave, l’ordine di evacuazione. E il pericolo è direttamente proporzionale alla vicinanza dell’impianto. E’ la mappa delle centrali nucleari fornita da Greenpeace a un anno dal disastro di Fukushima

GUARDA LA MAPPA

IL NUCLEARE CHE CIRCONDA

Una mappa che ognuno può utilizzare per misurare il rischio generale e anche quello che riguarda la propria cerchia di conoscenti. Grazie al sistema di georeferenziazione è possibile infatti visualizzare la posizione dei propri amici su Facebook in rapporto ai reattori, per vedere a colpo d’occhio qual è il livello di esposizione. Per restare ai numeri generali, dalla mappa si ricava la presenza di centinaia di milioni di persone in una zona che, in caso di catastrofe nucleare, potrebbe dover essere abbandonata.

Proviamo a vedere cosa succede in alcune delle centrali più vicine all’Italia. Ad esempio Tricastin, dove nel 2008 un incidente con la fuoriuscita di 30 mila litri di acqua radioattiva che si è riversata nei fiumi vicini ha dato luogo a una battaglia legale per cambiare la denominazione al vino doc della zona, invendibile finché associato a un luogo che era stato contaminato. In questo sito 310 mila persone vivono a una distanza di 30 chilometri dall’impianto, quella che a Fukushima è stata evacuata. E 1,7 milioni in un’area di 75 km, cioè a una distanza che con una combinazione sfavorevole di venti può dover essere sgombrata in caso di disastro nucleare.

Passando alla Svizzera troviamo la centrale di Mueheberg, che con i suoi 40 anni di vita è piuttosto anziana. Qui ci sono 890 mila persone nel raggio di 30 chilometri e 3,4 milioni entro i 75 chilometri. In Cina, a Guandangog, si arriva a 3,2 milioni nel raggio di 30 chilometri e a 27,8 milioni entro i 75 chilometri.

Numeri che fanno riflettere perché la dinamica degli incidenti di Chernobyl e di Fukushima ha dimostrato che, anche se la contaminazione nucleare può arrivare a migliaia di chilometri dal luogo del disastro, l’area in cui la concentrazione dei radionuclidi produce il massimo dei danni è quella più vicina al reattore danneggiato. Non a caso alcuni contenziosi internazionali nascono proprio per centrali nucleari costruite al confine tra due Paesi.

02 marzo 2012

Repubblica.it

 
 

libertà web

ll progetto: una rete “ombra”
per difendersi dalla censura

Secondo Scientific American, il crescente controllo governativo e aziendale sulla Rete ne ha ormai compromesso la decentralizzazione. Un antidoto potrebbe venire dal mesh networking, sistema in cui tutti gli utenti diventano “staffettisti” dei dati. A patto di rinunciare alla pigrizia di GIULIA BELARDELLI

ll progetto: una rete "ombra" per difendersi dalla censura Eben Moglen

CREARE un web-ombra che sia immune a ogni bavaglio e sappia restituire a Internet il fascino della sua promessa originale: l’inarrestabilità. A questa missione, resa ancor più attuale dai recenti episodi di censura (dall’Egitto alla Siria), si dedica una piccola ma agguerrita comunità di attivisti digitali. Ad accomunarli è la convinzione che negli ultimi due decenni Internet abbia piegato la testa di fronte alle logiche commerciali del sistema ISP (Internet Service Provider), che ha concentrato nelle mani di poche grandi aziende il potere di gestire il traffico di enormi quantità di dati.

Nel suo numero di marzo, la rivista Scientific American accende i riflettori su una delle alternative a cui l’attivismo digitale crede di più: le cosiddette “wireless mesh network”, reti nelle quali gli utenti si collegano direttamente gli uni agli altri senza l’intermediazione di service provider. Lo sviluppo di queste reti (che in italiano possiamo definire “a maglia”) presenta diversi vantaggi, ma anche una serie di sfide che varia di volta in volta a seconda dell’utilizzo che se ne immagina. Questa variabilità emerge già nelle anime dei due progetti di mesh networking ad oggi più avanzati: Commotion (finanziato dal Dipartimento di Stato Usa) e FreedomBox (creatura figlia della Free Software Foundation). Come spiega chiaramente Julian Dibbell, autore dello speciale di Scientific American, non si tratta di ripartire daccapo (non sarebbe realistico), ma piuttosto di creare una Rete-ombra a protezione della stessa Internet e di tutti i suoi utenti.

La minaccia della censura. Secondo molti attivisti, il momento topico nella storia della censura di Internet ha una data precisa: il 28 gennaio 2011. Quella mattina il governo egiziano, dopo tre giorni di proteste anti-regime organizzate soprattutto su Facebook e altri social network, fece qualcosa che non si era mai visto prima: tolse la spina a Internet. Ancora oggi non si sa esattamente cosa accadde quel giorno, ma sembra che sia bastata una manciata di telefonate “ai numeri giusti” – quelli dei cinque più grandi Internet provider del paese – per lasciare il 93% della popolazione al “buio digitale”. Per fortuna, alla fine il blackout servì a poco: il giorno dopo Tahrir Square fu invasa da una folla enorme e i manifestanti ebbero la meglio. Si trattò però di una grande lezione sulla “vulnerabilità di Internet al controllo dall’alto”. Il pericolo era ormai sotto gli occhi di tutti.

Un altro esempio si è avuto durante la rivoluzione tunisina, anche se le autorità scelsero un approccio più mirato bloccando solo alcuni siti dall’Internet nazionale. Il governo iraniano, invece, durante le proteste post elettorali del 2009, rallentò il traffico in tutto il paese, piuttosto che fermarlo tout court. Senza parlare della Cina, dove il “Golden Shield Project” (il “Grande Firewall”) consente da anni al governo di bloccare qualsiasi sito gli sia sgradito. O ancora della Siria, che in questo preciso momento ostacola la libera circolazione delle informazioni con una fitta coltre di blocchi. Nelle democrazie occidentali – precisa Dibbell – il controllo non è certo a questi livelli, sebbene il consolidamento dei service provider abbia permesso a un ristretto gruppo di aziende di controllare porzioni sempre più grandi di traffico, dando ai privati la possibilità di favorire i propri partner a spese della concorrenza e rendendoli suscettibili alle lusinghe (o alle minacce) del potere.

La promessa tradita. Per capire la delusione degli attivisti nei confronti del volto odierno della Rete bisogna tornare alle sue origini, in particolare a quella decentralizzazione che ne fu uno dei principi ispiratori. Almeno in parte, infatti, Internet affonda le sue radici nell’epoca della Guerra Fredda, quando i due blocchi erano in cerca di un’infrastruttura così robusta da resistere persino a un attacco nucleare. Di qui la necessità (tecnicamente realizzata poi con il protocollo TCP/IP) di sviluppare un sistema che fosse capace di continuare a trasportare dati al di là di quanti nodi venissero bloccati e di quale fosse la causa (regime repressivo piuttosto che attacco nucleare). Secondo l’attivista per i diritti digitali John Gilmore, Internet, dotata di questa infrastruttura, sarebbe stata capace di “interpretare la censura come un guasto e per questo aggirarla”. Con il senno di poi, possiamo dire che le cose non sono andate esattamente così.

Internet centralizzata, i rischi. Negli ultimi due decenni, infatti, la Rete è cresciuta secondo il modello dei grandi Internet service provider, in cui la macchina del cliente non è più un nodo su cui fare affidamento, ma un ramo morto configurato solo per mandare e ricevere tramite macchine di proprietà del provider. In pratica – spiega ancora Dibbell – oggi la maggior parte degli utenti individuali esiste ai margini del network ed è connessa agli altri solo attraverso uno di questi provider: se il collegamento viene bloccato, per queste persone l’accesso a internet scompare. Piuttosto che rafforzare le difese immunitarie di Internet, insomma, il sistema ISP è diventato l’interruttore d’emergenza con cui spegnerla.

Scoprendo il mesh networking. È per contrastare questi pericoli che alcuni gruppi puntano sulle potenzialità dei “wireless mesh network” (reti wireless a maglie), semplici sistemi che connettono gli utenti finali gli uni agli altri e aggirano automaticamente ogni tipo di blocco e censura dando a tutti i nodi lo stesso peso. Il mesh networking è una tecnologia relativamente giovane, ma il suo principio è lo stesso che ha ispirato la nascita di Internet, ovvero l’instradamento di pacchetti di dati in modalità “store-and-forward” (“immagazzina e rinvia”), in cui ogni computer connesso alla rete è in grado non solo di mandare e ricevere dati, ma anche di fare affidamento sugli altri computer connessi. Una rete a maglie, in particolare, fa in modo che tutti gli utenti agiscano come “staffettisti” dei dati, abbandonando i panni del “consumatore di Internet” per vestire quelli del “provider fai-da-te”.

Commotion, l’Internet in valigia. Negli Stati Uniti il mesh networking è promosso soprattutto dalla New America Foundation, influente think tank che è riuscito a ottenere un finanziamento dal Dipartimento di Stato di 2 milioni di dollari per il suo progetto: Commotion 1. Il principale ideatore è Sascha Meinrath, ex studente della University of Illinois e fautore della Champaign-Urbana Community Wireless Network, una delle prime reti a maglia degli Usa. Nel 2005 portò la tecnologia nella Louisiana devastata dall’uragano Katrina, allestendo una rete mesh che riabilitò le telecomunicazioni lungo un’area di 60 chilometri all’indomani della tragedia.

“L’obiettivo a breve termine del progetto è sviluppare una tecnologia capace di circumnavigare ogni tipo di interruttore-killer o sorveglianza centrale”, ha spiegato Meinrath. Per questo, insieme ad altri progettisti, ha creato un prototipo chiamato “Internet in valigia”, un kit composto dallo stretto indispensabile per mettere in piedi delle comunicazioni wireless e sufficientemente piccolo da sfuggire a ben altre maglie, quelle dei controlli doganali. Una volta introdotto nel territorio di un governo repressivo, i dissidenti e gli attivisti sarebbero in grado di fornire una copertura Internet inarrestabile. Il sistema contenuto nella valigetta è abbastanza semplice da installare e utilizzare: secondo Meinrath, qualsiasi appassionato di tecnologia sarebbe capace di metterlo in funzione. L’obiettivo finale, però, è rendere il sistema ancora più accessibile alla maggioranza. Come? “Sintetizzando questo passaggio in una semplice applicazione che pigiando un tasto faccia diventare i nostri stessi dispositivi (computer, smartphone, tablet, wireless router, e così via) parte integrante dell’infrastruttura”, ha spiegato Meinrath.

FreedomBox, una lotta per la libertà. Ancora più rivoluzionario è FreedomBox 2, progetto avviato da Eben Moglen, professore di Legge alla Columbia University di New York. Anche in questo caso si tratta di un prototipo grande quanto un mattone e dal costo di 149 dollari (destinato, dicono i creatori, a scendere presto a meno della metà). Al di là della promessa di libertà della scatola, la vera rivoluzione è nei codici di programmazione che si porta dietro: se inseriti nelle CPU dei diversi dispositivi, questi diventerebbero infatti delle FreedomBox a pieno titolo. In questo modo – immagina Moglen – ogni oggetto dotato di indirizzo IP (tra cui anche i più recenti frigoriferi) potrebbe entrare in rete e aprire di fatto la porta alla decentralizzazione non solo del traffico delle comunicazioni, ma anche dei dati stessi, rendendo così realtà l’Internet delle Cose 3. Ovviamente si tratta di uno scenario ipotetico, la cui fattibilità dipenderà dalla “volontà politica delle nuove generazioni”.

La condanna, qui, è anche per servizi cloud come Facebook e Google, che secondo gli attivisti minacciano la privacy e la libertà d’espressione almeno quanto la concentrazione del traffico nei service provider. La speranza di Moglen e colleghi è che i giovani si rendano conto che non vale la pena barattare privacy e libertà in cambio della facilità di utilizzo, e che scelgano di dare vita a un movimento politico per certi versi somigliante a quello ambientalista. Di strada da fare ce n’è molta – ammettono dalla FreedomBox Foundation – ma a quanto pare ci sono schiere di giovani programmatori pronti a darsi da fare. Se davvero ci sarà un web-ombra, d’altronde, spetterà a loro il compito di costruirlo, mattone dopo mattone.

(18 febbraio 2012) Repubblica.it

 
 

Crisi, mafia, speculazione sfuma l’oro verde di Vittoria

 

Crisi, mafia, speculazione  sfuma l'oro verde di Vittoria

Chiuse 1.500 aziende, l’incubo sono gli ortaggi magrebini. Molti terreni rilevati da extracomunitari con grandi capitali. Il mercato è un far west gestito da 10 commissionari che impongono listini da fame dal nostro inviato ANTONIO FRASCHILLA

VITTORIA - La terra dell’oro sta diventando poco più che una miniera di carbone. Attraversando le distese di serre che digradano verso il mare, si vedono campi abbandonati e facce nuove: quelle degli immigrati, arrivati come braccianti e diventati padroncini. E oggi, il giorno dopo il via libera di Bruxelles all’invasione di pomodori e melanzane dal Marocco, i volti degli agricoltori sono ancora più tesi e preoccupati in questo triangolo una volta milionario tra Ragusa, Vittoria e Santa Croce Camerina.

 

Il Nord Africa fa sempre più paura: “Noi dell’associazione “Arcobaleno” – dice il presidente Carmelo Criscione – raggruppiamo 13 produttori per 70 ettari di serra e facciamo 3,5 milioni di fatturato. Vendiamo direttamente a grossisti tedeschi e riusciamo a piazzare il pomodorino anche a 1,30 euro al chilo. Ma oggi ho ricevuto una telefonata da un grossista tedesco: ti do un euro e dieci, mi ha detto, perché dal Marocco arrivano già a un euro”.

Lo sconto dei dazi al Marocco avrà l’effetto di una mazzata in questo angolo di Sicilia che per anni ha prodotto una ricchezza smisurata sotto forma di pomodori a grappolo e oggi non garantisce più la sopravvivenza a un esercito di piccoli produttori che si va sempre di più assottigliando, visto che negli ultimi tre anni qui hanno chiuso i battenti 1.541 aziende sulle 10.500 attive nel 2009.

Ma che alimenta ancora il mercato dell’ortofrutta di Vittoria, il più grande del Sud e uno dei più importanti d’Europa, con un valore di merce acquistata pari a 250 milioni di euro, senza contare il sommerso. Un mercato attorno al quale orbitano 27 mila braccianti e 3.500 piccoli proprietari terrieri, che ieri con tre ettari avevano un reddito garantito di 250 mila euro e oggi non arrivano a fine mese, strozzati dall’aumento dei costi di produzione e da una doppia morsa: la giungla del mercato di Vittoria e una concorrenza internazionale sempre più forte.

Uno dei motivi della crisi è proprio il mercato di Vittoria. Una sorta di far west, gestito in parte da commissionari onesti in parte da una cartello “di una decina di persone che impone prezzi da fame ai piccoli produttori” e si arricchisce alle loro spalle, come denunciato da una recentissima indagine della Guarda di finanza. Le dieci persone in questione sono un gruppo di commissionari: figura, quest’ultima, che esiste a Vittoria e in nessun altro mercato ortofrutticolo del mondo.

Si tratta di intermediari che, in base a un regolamento datato 1971, fanno da tramite fra i commercianti e il piccolo produttore che ogni mattina alle 5 porta la sua merce al mercato. Ma che succede se qualche commissionario, come scoperto dalle Fiamme gialle guidate dal colonnello Francesco Fallica, è anche produttore e commerciante? Succede che fa i propri interessi e non quelli del piccolo agricoltore. Non a caso i reati contestati vanno dalla “truffa ai danni dei fornitori” all’estorsione, passando per il “ribasso fraudolento dei prezzi”. E questo senza contare presenze inquietanti nel mercato, come quella del “figlio del noto Francesco D’Agosta, condannato per associazione mafiosa”.

Il risultato è che ieri come sempre Giovanni è arrivato al mercato di prima mattina: “A quanto me le fate queste melenzane?”, ha chiesto al commissionario. “65 centesimi al chilo”, è la risposta, secca. “Ma come, a me sono costate 60 centesimi, che ci guadagno?”, ribatte l’agricoltore. Dieci anni fa la stessa melanzana veniva venduta a 15 centesimi in più e il costo per produrla era di 15 centesimi in meno. Il guadagno, per l’agricoltore, è crollato da 35 a 5 centesimi. Lo stesso discorso vale per il pomodorino, che viene comprato dal produttore a 1,10 euro al chilo ma nei supermercati arriva a essere venduto anche a 3-4 euro. Adesso il Comune di Vittoria sta cercando di mettere ordine in questo suk nel quale è impossibile anche controllare la tracciabilità dei prodotti e sono stati denunciati casi di pomodoro tunisino mischiato con quello siciliano.

Nel mercato transita però solo il 60 per cento della produzione locale. Il resto viene commercializzato direttamente dalle poche organizzazioni di produttori che stanno cercando di fare sistema, dopo le fallimentari esperienze delle cooperative naufragate in crac clamorosi, come accaduto con la “Rinascita”. Ma anche per i grandi produttori le spese sono aumentate: il concime costa 200 euro al quintale (tre anni fa appena 70 euro), la benzina agricola 70 centesimi al litro (tre anni fa 45 centesimi): “Ai costi occorre aggiungere l’elevato indebitamento di tutti gli imprenditori – aggiunge Criscione – e rimane un problema serio di infrastrutture”. Le strade sono pessime, le buche non si contano più e ci sono poche aziende di trasporto, alcune poco raccomandabili.

Il risultato complessivo è che per la prima volta qualcuno ha venduto la terra dei propri nonni e dei propri padri. Una volta considerata il patrimonio di famiglia inalienabile, oggi la si mette all’asta. E a comprarla sono talvolta magrebini sbarcati qui trent’anni fa come braccianti: attualmente sono circa 800 le aziende tunisine e algerine, “e in alcune sedi come Santa Croce Camerina ormai il 50 per cento degli iscritti alle organizzazione dei produttori è straniero”, dice Giuseppe Drago, segretario provinciale della Cia.

Ma dove prendono questi capitali gli immigrati? Il sospetto della Guardia di finanza è che, accanto agli onesti ex braccianti che hanno messo da parte quel poco di guadagno accumulato negli anni, alcuni siano solo “prestanome magari di commissionari o, peggio, di anonime srl”. E, in Sicilia, si sa che spesso è la mafia ad avere capitali da investire. C’è poi un ultimo fenomeno che mai si era visto da queste parti: l’abbandono delle serre. Su novemila ettari in serra, circa il 10 per cento non è più coltivato.

 
Repubblica.it (19-02-12)
 
 

Foreste artificiali contro CO2 “Clone degli alberi ci salverà”

Assorbono ogni giorno la quantità di anidride carbonica che un albero elimina in un anno. Per l’Associazione degli ingegneri britannici la strada migliore contro l’effetto serra di ELENA DUSI

Foreste artificiali contro CO2 "Clone degli alberi ci salverà" Una ricostruzione di come potrebbero apparire gli alberi artificiali

ROMA - Se il respiro degli alberi non basta a depurare il pianeta, l’uomo prova a intervenire costruendo foreste artificiali. Mimando il meccanismo con cui le piante assorbono anidride carbonica, questi impianti non troppo diversi nell’aspetto da un pannello solare sfruttano una reazione chimica per risucchiare la CO2 dall’aria. Se un castagno con le sue foglie larghe impiega un anno ad assorbire una tonnellata del gas serra, l’albero artificiale è in grado di raggiungere questo obiettivo in un giorno.

Secondo l’Associazione degli ingegneri britannici, gli alberi artificiali rappresentano la strada migliore per arginare il cambiamento climatico. “I governi e le aziende – si legge in una nota del gruppo che raccoglie 35mila professionisti – dovrebbero concentrare i finanziamenti su questa tecnologia, affinché si diffonda rapidamente e raggiunga una scala sufficientemente ampia da dare risultati concreti”. Gli alberi artificiali sono studiati attualmente dalla Columbia University e prodotti a livello di prototipo dall’azienda Global Research Technologies di Tucson in Arizona. Per il 24 ottobre Klaus Lackner, il ricercatore della Columbia che più se ne occupa, ha organizzato una dimostrazione pratica del loro funzionamento a Londra nel corso della “Air capture week”.
Il rapporto tecnico dell’Associazione degli ingegneri fa notare che questi impianti sono semplici da costruire e possono essere installati ovunque, per esempio ai bordi delle strade o laddove già esistono delle pale eoliche. Sono pannelli di dimensioni variabili, da uno a dieci metri quadri, che contengono idrossido di sodio. Quando questa sostanza entra in contatto con l’anidride carbonica, scatta una reazione chimica che cancella il gas serra e produce carbonato di sodio.

Fin qui il disegno è abbastanza lineare (a eccezione di alcuni dettagli mantenuti riservati per ragioni industriali). Eliminare i prodotti di reazione resta però un problema arduo e l’idea di seppellirli in grotte scavate a grandi profondità fino a oggi si è sempre arenata di fronte a costi e difficoltà tecniche. Per gli stessi alberi sintetici, l’aspetto finanziario resta un punto interrogativo. Secondo l’Associazione degli ingegneri britannici infatti il costo di un singolo albero può essere ribassato fino a 20mila dollari. Mantenendo comunque assai pesante il conto per gli 8,7 miliardi di tonnellate di anidride carbonica emessi ogni anno, che foreste (vere) e fitoplancton marino riescono ad assorbire solo a metà. Secondo uno studio dell’università del Colorado pubblicato su Environmental Science and Policy, solo per cancellare l’anidride carbonica emessa dalle auto americane (il 6 per cento di tutte le emissioni di  CO2 negli Usa) bisognerebbe spendere 48 miliardi di dollari in foreste sintetiche.

Se l’Associazione degli ingegneri britannici ha deciso comunque di puntare sugli alberi artificiali per arginare il cambiamento climatico è perché gli altri progetti di geo-ingegneria sono ancora più difficili da realizzare. Questa disciplina, che si propone di risolvere il problema dell’inquinamento con soluzioni ad alta tecnologia, ha finora generato idee decisamente troppo complicate (come quella di lanciare in orbita dei pannelli riflettenti per respingere i raggi del sole) o che si sono dimostrate poco efficaci all’atto pratico, come l’iniziativa di spargere un fertilizzante in mare per accelerare la crescita di fitoplancton.

L’anidride carbonica – uno dei gas che più contribuiscono all’effetto serra e quindi al riscaldamento climatico – è in continuo aumento dai tempi della rivoluzione industriale. Intorno al ‘700 questa sostanza prodotta dai combustibili fossili era presente nell’atmosfera con una concentrazione di 280 parti per milione, che oggi stanno per sfondare quota 400. Le previsioni per il futuro sono rese più fosche dal fatto che il tasso di emissioni non accenna a frenare. Gli 8,7 miliardi di tonnellate di oggi, secondo le stime dell’Agenzia per l’energia statunitense, sono infatti destinati a diventare 12 nel 2030.

(28 agosto 2011) Repubblica.it

 
 

Svizzera, riforma del fisco per dire addio al nucleare

Rivoluzione ‘verde’ preparando l’abbandono del nucleare: il governo elvetico pensa a imposte più alte per chi utilizza combustibili fossili, stimolando così le energie alternative attraverso meno tasse per chi è più eco-sostenibile di FRANCO ZANTONELLI

Svizzera, riforma del fisco  per dire addio al nucleare La centrale di Beznau

BERNA - Tassare di più l’energia da fonti fossili e di meno il lavoro ed il risparmio. È l’obiettivo ambizioso del governo elvetico che, incentivando popolazione e imprenditori ad utilizzare fonti energetiche alternative con sgravi fiscali, ritiene di poter traghettare la Svizzera all’abbandono del nucleare, nel 2035. Il che significa, in sostanza, un carico fiscale più leggero per chi utilizza energie non inquinanti e più pesante per chi ricorre, ad esempio, a quelle fossili.

Sono cinque le centrali nucleari elvetiche che verranno spente, di qui al 2035, così com’era stato deciso a ridosso della catastrofe nucleare 1 di Fukushima. Centrali che, attualmente, assicurano il 40 per cento del fabbisogno energetico svizzero.

LO SPECIALE Il disastro di Fukushima 2

“Un’imposta sull’energia – ha spiegato il ministro delle Finanze, Eveline Widmer-Schlumpf – comporta una vera e propria rivoluzione del sistema fiscale. Dalla quale deriverà una diminuzione delle altre imposte, comprese quelle che toccano i redditi dei cittadini, gli introiti delle aziende, come pure un’eventuale riduzione dell’Iva”.

Anche se, proprio l’Iva, che ogni anno porta, nelle casse pubbliche svizzere, l’equivalente di 20 miliardi di euro, appare per Widmer-Schlumpf l’ostacolo più arduo da superare, in vista dell’introduzione di una fiscalità ecologica.

Il progetto, intanto, fa storcere il naso agli ambienti economici ed ai partiti che li sostengono, nonostante la rassicurazione del ministro secondo cui “il carico fiscale non verrà aumentato”. I liberali paventano il “passaggio ad un’economia pianificata”, mentre per le associazioni imprenditoriali “la Svizzera, in particolare per le pressioni che sta subendo dall’esterno, necessita di una serie di riforme, all’interno delle quali non c’è, tuttavia, spazio per un’imposta ecologica”.

Di parere opposto i Verdi e la sinistra, i quali chiedono ora che la riforma venga messa in atto rapidamente. Il ministro dell’ambiente, Doris Leuthard, ha spiegato che si lavorerà a tappe. “Si tratta di capire – ha detto – quali obiettivi si potranno raggiungere nel 2020, nel 2035 e nel 2050″. Anche perché la chiusura delle centrali nucleari, approvata dal parlamento, è inderogabile. Ne conseguirà che, entro il 2035, solo industria e servizi dovranno risparmiare 49 terawattora, ovvero 49 milioni di megawattora.

L’anno prossimo il governo avrà le idee più chiare e entro l’estate dovrà stabilire quale degli scenari, nel frattempo allo studio dei ministeri dell’ambiente e delle finanze, sarà ritenuto più realistico e accettabile da parte dell’opinione pubblica. “Una delle condizioni per una riforma ecologica del fisco – ha messo in guardia non a caso Beat Bürgener, docente di economia politica all’università di Ginevra – è che lo Stato non miri a riempire le proprie casse. L’obiettivo è quello di cambiare le abitudini energetiche dei cittadini, non di aumentare le tasse” .

(02 dicembre 2011)        Repubblica.it

 
 

NUCLEARE IN FRANCIA

Greenpeace viola una centrale
“Sarebbe questa la sicurezza?”

Attivisti dell’organizzazione ambientalista sono entrati nella notte all’interno dell’impianto di Nogent-sur-Seine. Imbarazzo nel governo: “Vuol dire che qualcosa non ha funzionato”

Greenpeace viola una centrale "Sarebbe questa la sicurezza?" La centrale atomica di Nogent-sur-Seine (ansa)

PARIGI - Un gruppo di militanti di Greenpeace si è introdotto stamani all’alba nella centrale nucleare di Nogent-sur-Seine, a 95 km a sudest di Parigi, per dimostrare che “il nucleare sicuro non esiste”.  “Semplici militanti, con intenzioni pacifiche, sono riusciti con pochi mezzi a raggiungere il cuore di una centrale nucleare. Questa azione – scrive l’organizzazione ambientalista in un comuinicato – dimostra quanto le centrali nucleari francesi siano vulnerabili”.

“L’obiettivo era dimostrare quanto sia facile arrivare al cuore di un reattore”, ha aggiunto un’esperta nucleare dell’organizzazione ambientalista, Sophia Majnoni. Nel mirino di Greenpeace la valutazione dei pericoli data dal governo francese che “non tiene conto dei rischi già individuati in passato e e non impara dalle lezioni di Fukushima”. La scelta è caduta sull’impianto di Nogent-sur-Seine, gestito dalla Edf, perchè è il più vicino a Parigi, ha spiegato ancora l’organizzazione. In realtà nella scelta è probabile che abbia contato anche la voglia di rivincita di Greenpeace contro il colosso energetico francese che proprio poche settimane fa è stato condannato 1 per aver spiato illecitamente gli attivisiti dell’associazione, violandone i computer.

Il blitz ha messo in forte imbarazzo il governo francese. “Se l’inchiesta confermerà” che Greenpeace è entrata in una centrale nucleare, ha commentato il ministro dell’Industria Eric Besson, “vuol dire che qualcosa non ha funzionato e bisognerà prendere delle misure perché non succeda di nuovo”. Per Henri Guaino, consigliere speciale del presidente Nicolas Sarkozy, è stato un gesto “irresponsabile” da parte dei militanti, che deve “comunque far riflettere sulla sicurezza degli accessi alle centrali nucleari. Bisognerà trarne le conseguenze”. “Non si può consentire che chiunque entri così facilmente in una centrale nucleare”, ha aggiunto Guaino

Tentativi di intrusione da parte dei militanti ecologisti di Greenpeace sono stati registrati in nottata anche in altre due centrali francesi, a Blaye, nel sudovest, e a Cadarache, nel sud-est del paese. Gli ambientalisti, armati di scale e striscioni, sono stati fermati nei pressi della centrale.

In Francia il dibattito sulla sicurezza degli impianti atomici e l’opportunità di restare vicnolati all’energia nucleare è tornata prepotenetmente di attualità dopo la catatrofe di Fukushima e il referendum italiano. Rompendo quello che è stato a lungo un tabù, il Partito socialista ha stilato recentemente un accordo programmatico con i Verdi 2 in vista delle presidenziali della prossima primavera che prevede un’uscita graduale dal nucleare.

(05 dicembre 2011) Repubblica.it

 
 

Lotta ai gas serra: le pagelle

Nord Europa top, Italia insegue

A Durban la classifica delle performance delle politiche nazionali sui cambiamenti cllimatici. Il nostro Paese recupera qualche posizione, gli ambientalisti: “Spingere sulla green economy”. Ma le stime sull’innalzamento della temperatura rimangono allarmanti: alla conferenza crescono le pressioni su Cina e Usa dal nostro inviato ANTONIO CIANCIULLO

Lotta ai gas serra: le pagelle Nord Europa top, Italia insegue Manifestazione di Greenpeace a Durban (ansa)

DURBAN – I paesi del centro e del nord Europa sono saldamente in testa nella classifica degli Stati che frenano le emissioni serra. Ai primi posti (dopo il vuoto lasciato simbolicamente per sottolineare la mancanza di performance eccellenti) troviamo Svezia, Gran Bretagna, Germania, Brasile, Francia, Svizzera. Otto dei primi dieci classificati sono europei. L’Italia figura al trentesimo posto, in ripresa rispetto al quarantunesimo posto dell’anno scorso, ma ancora nettamente distanziata dal gruppo di testa. Tra gli  ultimi dieci troviamo Arabia Saudita, Iran, Cina, Russia, Canada, Stati Uniti.

GUARDA LA TABELLA 1

E’ la graduatoria preparata dall’organizzazione non governativa Germanwatch in collaborazione con Climate Action Network Europe e Legambiente e presentata poche ore fa a Durban alla conferenza Onu sul clima che fatica a trovare l’accordo sull’alt alle emissioni serra.

Il rapporto elabora una classifica riassuntiva e delle graduatorie che tengono conto dei vari aspetti: il livello delle emissioni di gas serra, il trend di crescita, l’efficacia delle politiche di intervento. Se l’Italia ha scalato qualche posizione è dovuto essenzialmente alla spinta  -  sia pure finora incerta e contraddittoria – in direzione dello sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica.

“Rimane il sospetto che il miglioramento dell’Italia sia dovuto principalmente alla crisi economica”, osserva il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. “Ma abbiamo la possibilità di raggiungere in breve tempo la pattuglia di testa. Basta spingere con decisione sul pedale della green economy evitando quello stop and go che ha caratterizzato gli ultimi due anni producendo un effetto devastante sulla credibilità del paese e sulla solidità del suo sistema imprenditoriale. Un primo segnale nella direzione giusta può venire proprio da Durban sostenendo l’Europa per rinnovare il protocollo di Kyoto e giungere a un nuovo accordo globale entro il 2015″.

Un accordo che diventa sempre più urgente. Lo prova l’ultimo rapporto reso noto alla conferenza di Durban. Secondo lo studio di Climate Analytics e Ecofys, due società di ricerca specializzate in questo settore, se anche venissero rispettate le promesse che i governi hanno fatto per il dopo 2012 rifiutando di sottoscrivere impegni vincolanti (con l’eccezione dell’Europa che ha stabilito target obbligatori per il 2020), la temperatura aumenterebbe di 3,5 gradi entro il secolo.

E’ una stima estremamente allarmante perché è il doppio della soglia che, secondo i calcoli più accreditati, costituisce il limite oltre il quale le probabilità di un effetto catastrofico su scala globale diventano molto alte. Per questo alla conferenza sul clima cresce la pressione sui grandi inquinatori (Cina e Stati Uniti che assieme totalizzano il 44 per cento del totale dei gas serra) perché rompano lo stallo che tiene bloccata la conferenza accettando di sottoscrivere un impegno vincolante per difendere l’atmosfera allentando la morsa del caos climatico.

(06 dicembre 2011) Repubblica.it

 
 

Sul mercato 700mila tonnellate di falsi cibi bio

maxioperazione della Finanza: sette arresti

Una truffa di proporzioni enormi. Dal 2007 gli indagati hanno distribuito alimenti con false etichette  “bio”, il 10% del mercato nazionale. Sequestrate 2.500 tonnellate di prodotti. Un giro d’affari illegale per 220 milioni di euro. La Gdf: “Nessun pericolo per la salute pubblica”

Sul mercato 700mila tonnellate di falsi cibi bio  maxioperazione della Finanza: sette arresti (ansa)

ROMA – Sequestrate oltre 2.500 tonnellate di generi alimentari spacciati per biologici, ma che biologici non erano, soprattutto frumento, favino, soia, farine e frutta fresca. Ricostruita sulla carta la commercializzazione di oltre 700mila tonnellate di falsi prodotti bio (il 10% dell’intero mercato nazionale), per un valore di 220 milioni di euro. Questi i numeri dell’operazione “Gatto con gli stivali” condotta dalla Guardia di finanza di Verona, che ha arrestato sette persone tra il capoluogo scaligero, Ferrara, Pesaro Urbino e Foggia.

IL VIDEO 1

Gli arrestati sono gli architetti di una frode di proporzioni “impressionanti”, come sottolineano gli stessi investigatori, iniziata nel 2007 e portata alla luce da una complessa indagine coordinata dalla procura di Verona. Si tratta per lo più di titolari di aziende, ma tra loro risulta anche un dipendente di un ente di certificazione alimentare. Sono accusati di frode in commercio, associazione per delinquere, falso materiale ed emissione di fatture inesistenti.

Queste le identità e i ruoli dei sette arrestati: Luigi Marinucci, 63 anni, di Angiari (Verona), legale rappresentante della Sunny Land Spa e della Società Agricola Marinucci; Davide Scapini, 43, di Sona (Verona), socio al 49% e direttore commerciale della Sunny Land oltre che rappresentante di altre aziende; Angela Nazaria Siena, 39, di San Severo (Foggia), rappresentante della Bioecoitalia srl e di altre aziende nel settore agricolo-cereale; Andrea Grassi, 45, di Argenta (Ferrara), consulente e rappresentante di aziende agricole; Michele Grossi, 36, di Fano (Pesaro-Urbino), direttore regionale Marche dell’Organismo di Certificazione e controllo di suolo e salute; Stefano Spadini, 46, genovese, residente a Monte Cerignone (Pesaro-Urbino), consulente della Direzione Regionale Marche di Suolo e salute; Caterina Albiero, 47, di Salizzole (Verona), socio accomandatario della Bioagri sas e rappresentante legale de “La Spiga srl”.

Dal 2007, secondo quanto evidenziato dalle verifiche sulla tracciabilità dei prodotti, avrebbero distribuito sul mercato 700mila tonnellate di prodotti con etichetta “biologico” in realtà provenienti da Paesi terzi, come la Romania, o destinati ad altro tipo di alimentazione o semplicemente frutto di coltivazioni normali. Il tutto per un valore di oltre 220 milioni di euro.

Una frode che, comunque, non avrebbe attentato alla salute pubblica, come tiene a sottolineare il colonnello Bruno Biagi. “Allo stato – assicura il comandante provinciale della Guardia di Finanza – non ci sono elementi per dire che questi prodotti sono dannosi per la salute. Non ci risulta esserci pericolo per chi ha consumato questi prodotti, sulla base dei dati che abbiamo a disposizione”.

Il comandante evidenzia comunque che nel quadro delle indagini sono state materialmente sequestrate 2.500 tonnellate di prodotti, mentre il resto dello smercio è stato ricostruito solo sulla carta, sulla base delle diverse documentazioni che accompagnano il ‘viaggio’ dei prodotti alimentari indicati come biologici dalla coltivazione alla distribuzione per il mercato.

(06 dicembre 2011)  Repubblica.it

 
 

LA MAFIA DELL’OLIO

Ecco come i “furbetti del frantoio”
ci rifilano il bluff dell’oro liquido

Ecco come i "furbetti del frantoio" ci rifilano il bluff dell'oro liquido

E’ una raffinata frode commerciale che vede coinvolti una decina di marchi – un paio molto noti – e che fa finire sulle nostre tavole “olio extravergine di olive italiane” che in realtà viene da lontano. Vi raccontiamo – sulla base di un’inchiesta che sta per chiudersi – come funziona questo business illegale, con quali guadagni per chi lo controlla e a quali prezzi per noi consumatori

I signori dell’olio si sono inventati una

secondogenitura. Non spremono più: trasformano. A modo loro. Trasformano, manipolano, deodorano, profumano. Soprattutto, importano. Comprano a mani basse all’estero e rivendono in Italia, e poi via, di nuovo fuori. Se la tirano da gran produttori del Made in Italy, da fuoriclasse dell’oro giallo più buono al mondo. E intanto ci rifilano il pacco, e noi lo beviamo. Olio extravergine d’oliva? E come no: però spagnolo, tunisino, greco, marocchino. Un flusso ininterrotto di miscele di oli “comunitari” e “non comunitari” viaggia ogni giorno verso l’Italia, da Sud a Nord, a bordo di tir e navi cisterna, lungo le rotte dei furbetti del frantoio. Sono centinaia di migliaia di tonnellate di oli low cost prodotti nel bacino del Mediterraneo, roba che viene reimbottigliata nelle nostre aziende, dove acquista una nuova, falsa identità. Alla fine di italiano garantito c’è solo il marchio (pazienza se i più grossi nomi sono finiti in mano agli spagnoli). Anzi, i marchi. Nelle tasche dei padroni dell’olio entrano cinque miliardi di euro l’anno. Sulle nostre tavole, un bluff.

Chi sono i nuovi ràs delle olive taroccate? Come funziona il loro business? Ci sono una decina di etichette — una paio molto note — che in questa Seconda repubblica dell’olio hanno formato un cartello: un blocco di imprese — produttori e distributori — alleate nel nome della speculazione fondata su una raffinata frode commerciale, sull’inganno subdolo del consumatore, su un modo di operare che è diventato “sistema” e che sta accumulando profitti patrimoniali enormi. Sono attive per lo più tra Centro e Sud Italia. Importano enormi quantità di olio dalla Spagna, dalla Grecia, dalla Tunisia. In alcuni casi lo acquistano da società alle quali risultano collegate: stesso gruppo, stesso padrone, un’unica famiglia. Se comprano uno o se comprano cento, il prezzo è sempre lo stesso. Controllano i prezzi, controllano il mercato. Un tempo in queste rinomate aziende italiane si spremevano olive: oggi ci sono solo dei sylos. Cisterne che attraverso le idrovore mungono olio dai tir che lo trasportano fin qui dagli uliveti dell’Andalusia, o dalle sconfinate coltivazioni tunisine. E poi? Una bella etichetta italiana e via: l’extravergine italiano taroccato atterra sugli scaffali dei supermercati.

A rivelarlo è un’indagine, ancora in corso — ma che Repubblica è in grado di anticipare — condotta dall’Agenzia delle Dogane, dai detective del settore frodi del Corpo Forestale dello Stato e della Guardia di Finanza, in collaborazione con Coldiretti. Non è la classica attività investigativa che porta alla scoperta di prodotti malconservati o scaduti. E’ un’esplorazione più tecnica, portata avanti con l’analisi incrociata di banche dati europee e accertamenti fiscali da una parte, e controlli sul territorio dall’altra. Una lente di ingrandimento posata sulla filiera dell’olio “mascherato”. Permette di capire parecchie cose: per esempio perché quattro bottiglie di olio extravergine su cinque battono ufficialmente bandiera italiana ma contengono prodotti stranieri (provenienti soprattutto da Spagna e Grecia). Prodotti, oltretutto, nascosti dietro etichette praticamente illeggibili. O perché quattro chili d’olio su dieci in vendita nei supermercati sanno di muffa (studio Unaprol, Coldiretti e Symbola). E ancora: come mai, a fronte delle 250mila tonnellate di olio che esportiamo, ne importiamo 470mila (nel 2010 sono state 100mila in più). Dove vanno? Come vengono miscelate? A quanto le rivendono?

Reportage di Paolo berizzi

20/12/2011  Repubblica.it

 
 

CHE COSA MANCA?

Da una fiumara calabra a una notte catanese in cui i cani randagi girovagano senza meta per la città: tra questi due estremi “pieni di vuoto” si costruisce Checosamanca, opera collettiva, nata con l’intenzione di parlare del presente, preferendo l’azione al facile lamento sull’assenza dello stato e della politica.
Chiamati inizialmente alle armi 50-60 giovani registi, sono arrivate infine sullo schermo cinque storie che, riunite senza soluzione di continuità dalla montatrice Esmeralda Calabria (Il Caimano, Romanzo Criminale), formano un vero e proprio documentario sullo stato del nostro paese. Per dirla con Cesare Zavattini: “un cinema a dispense, sui bisogni primari del mondo, che hanno poco in comune con le vacanze di ferragosto in questi anni mostruosi che ci sforziamo mostruosamente a voler far sembrare non mostruosi”.
Storie di avvocati di strada, a Torino, che cercano di aiutare una madre e un figlio a rimandare lo sfratto. Storie di rinomati ricercatori universitari, a Modena, costretti a giornalieri comizi fra le gente per poter ricomprare il microscopio indispensabile al loro lavoro, che l’Università ha rispedito al mittente dovendo tagliare i fondi. Storie di operai e casalinghe del Nordest che si oppongono con tutte le loro forze di cittadini all’apertura di una zincheria sospettata di poggiare su una discarica di rifiuti tossici. Battaglie vinte, forse mai del tutto, e battaglie perse, anche quando la sconfitta ha dell’incredibile. Soprattutto, una fotografia delle contraddizioni dentro le quali ci muoviamo: Donato, in Puglia, ha scavato il suo pozzo abusivo e vende acqua a chi non ce l’ha. Illegale? Ma se le case sono state costruite senza permesso, perché fare un acquedotto? O ancora: la moglie non può avere il permesso di soggiorno perché il marito non ha casa, ma lui non può abitare dalla madre di lei perché altrimenti una casa non gli assegneranno mai.
In questo riuscito esperimento, che molto deve alle modalità delle migliori inchieste televisive ma sa prendersi la libertà espressiva che è prova d’indipendenza, sembra di risentire echeggiare davvero, a quarant’anni esatti di distanza, i progetti di Zavattini: “Un cinema della fretta”, per essere al livello dei bisogni urgenti, “un cinema di tanti per tanti” (Checosamanca è firmato da tutti, allo stesso modo), un cinema a bassissimo costo. Non c’è premura di arrivare a delle conclusioni; il metodo è già messaggio.

 

 
 

“VOLEVO SOLO VIVERE”

in occasione della Giornata della Memoria

Nove cittadini italiani sopravvissuti alla deportazione e alla prigionia nei campi di sterminio di Auschwitz. Nove storie attraverso cui riviviamo i passi più significativi di questa allucinante esperienza: il momento dell’emanazione delle leggi razziali in Italia, gli inutili tentativi di fuga, la deportazione, la separazione dalle proprie famiglie, la miracolosa sopravvivenza ad Auschwitz, la liberazione con l’arrivo dei soldati alleati. Mimmo Calopresti ha realizzato il film visionando e selezionando centinaia di testimonianze in lingua italiana custodite negli archivi dello Shoah Foundation Institute for Visual History and Education, straordinari filmati di archivio e fotografie tratte dagli album personali dei sopravvissuti.

 
 

COPYRIGHT

 

Dietro il risiko dell’ACTA
minaccia globale alla libertà

Che cosa muove il trattato anticontraffazione firmato da 22 dei 27 paesi UE a Tokyo, quali sono i suoi punti deboli e come impatterà nell’ecosistema web. L’Italia sarà legalmente vincolata a questo accordo anche se il Parlamento italiano non è mai stato informato nel merito dei contenuti di ARTURO DI CORINTO

Dietro il risiko dell'ACTA minaccia globale alla libertà (reuters)


VENTIDUE dei ventisette paesi membri dell’Unione europea hanno firmato il Trattato anticontraffazione “ACTA” 1 a Tokyo, ma già a dicembre il Consiglio Europeo lo aveva adottato durante un incontro su agricoltura e foreste. Un fatto che ha suscitato una vasta opposizione fra i cittadini e la chiamata in causa dell’Europarlamento che dovrà ratificare l’accordo o rigettarlo, entro giugno. Nel frattempo il relatore Ue del trattato per il commercio internazionale, Kader Arif, si è dimesso denunciando l’accordo come una pagliacciata, in Polonia sono scesi in piazza per contestarlo, Anonymous ha attaccato siti e agenzie in risposta, e un vasto movimento d’opinione oggi scuote la rete per chiederne l’abrogazione. In un’analisi appena diffusa dalla coalizione anti-Acta si spiega perché 2.

I motivi sono di forma e di sostanza. Di sostanza, perché l’accordo anticontraffazione non riguarda solo la contraffazione e pur con il legittimo obiettivo di favorire la lotta alla pirateria alimentare, dei farmaci, di film e musica, chiama in correo chiunque possa conoscere o fornire informazioni sui sospetti responsabili di tali reati, ad esempio gli Internet service providers e gli intermediari di servizi Internet (come Google, Yahoo! o Wikipedia), cui assegna il ruolo di sceriffi nell’accertamento di queste violazioni.

Al comma 3 dell’articolo 27 l’accordo prevede la “cooperazione” fra i titolari dei diritti e gli Isp secondo un meccanismo “extragiudiziale” o “alternativo al tribunale”. Significa che i compiti di polizia – sorveglianza e raccolta di prove  -  quelli giudiziali, le sanzioni, possono essere affidati a soggetti privati bypassando l’autorità giudiziaria e il diritto a un giusto processo. A riprova di questo ruolo da sceriffi, nel comma successivo il trattato consente ai titolari di diritti di ottenere dati privati sugli utenti dai fornitori di servizi Internet senza la decisione di un giudice. Il dispositivo non è vincolante ma può essere modificato con un emendamento. Inoltre le sanzioni civili previste possono ricadere sugli intermediari ed essere usate per convincerli a “cooperare”. A dispetto di molti studi che smentiscono i dati sulle perdite dell’industria dei contenuti causati dalla pirateria (come dice la “Corte dei Conti” 3 degli Stati Uniti), Acta prevede che la stima dei danni venga fatta dai titolari dei diritti e non sulla base di analisi precedenti e indipendenti.

Ma quello che preoccupa è che così facendo si pongono i diritti di proprietà intellettuale a un livello più alto degli altri, come quella alla libertà d’espressione, d’opinione e alla privacy, tutto il contrario di quanto è stato raccomandato in sede Onu nello speciale rapporto sulla promozione e la protezione della libertà di opinione e di espressione che dice esplicitamente che non si possono filtrare, censurare e disconnettere dalla rete i presunti sospetti di violazione dei diritti di proprietà intellettuale 4.

In aggiunta, sempre all’articolo 27, il trattato crea una cultura del sospetto che non favorisce mercato e concorrenza perché impedisce di usare il patrimonio culturale preesistente, quali le opere orfane, e tratta come reati anche la condivisione senza scopo di lucro delle opere tutelate da copyright criminalizzando strumenti, tecniche e piattaforme di condivisione come i blog, i network peer to peer, il free software e altre tecnologie che contribuiscono a disseminare cultura e conoscenza.

Open Government? L’obiezione ad ACTA è di metodo, perché pur col proposito legittimo per gli Stati di rafforzare la repressione contro la contraffazione dei marchi, la violazione dei brevetti e la falsificazione delle opere dell’ingegno – l’accordo è il risultato di trattative segrete che sono trapelate solo grazie agli sforzi di un’ampia coalizione internazionale e ai cable di wikileaks. Nello specifico, Edri 5, EFF 6, La Quadrature du net 7, e molti parlamentari europei denunciano dal 2008 come l’accordo abbia bypassato le sedi competenti in materia di brevetti e copyright quali la WIPO e la WTO che hanno chiare garanzie procedurali; che l’accordo è stato negoziato a porte chiuse; che i documenti negoziali non sono tutti disponibili quindi è impossibile interpretare correttamente alcune sue parti; che l’accordo non tiene conto dell’impatto economico e sociale che produce e riutilizza vecchi dati relativi all’IPRED I e II (la vecchia “Direttiva enforcement”), in un contesto diverso da quello odierno dell’economia di rete.
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Ma quello che pare insopportabile è soprattutto la creazione di una nuova istituzione, “il Comitato ACTA” con l’incarico di interpretare e implementare il trattato ma senza garanzie che operi in maniera aperta, trasparente, inclusiva e soggetta a pubblico scrutinio e che appunto potrà cambiare il trattato “in corsa”, dando però la facoltà ai firmatari di “uscirne” in seguito a cambiamenti rilevanti.

Nonostante gli sforzi del Consiglio Europeo e dei negoziatori per rintuzzare tali accuse e rendere politicamente corretto ogni passaggio del trattato questa opacità è già di per sé stessa motivo di indignazione poiché esemplifica un meccanismo arbitrario che fa carta straccia della retorica dell’open government di cui tanto si parla, facendo della UE il contrario di una democrazia partecipata.  Non è infatti pensabile che nel terzo millennio decisioni di tale rilevanza siano prese senza consultare i cittadini, anzi, tenendoli all’oscuro. Addirittura la stessa amministrazione Obama ponendo il segreto su ACTA per motivi di sicurezza nazionale  aveva ammainato la bandiera dell’open government.

Insomma, facendo leva sulle presunte perdite economiche che l’industria dell’intrattenimento da alcuni anni a sproposito lamenta, si vuole modificare gli ordinamenti giudiziari locali per rendere i fornitori di servizi responsabili di quanto la Rete veicola, al fine di obbligarli a diventare i gendarmi delle corporation così come Disney, Mediaset, NewsCorp hanno chiesto alla UE nel 2006 9. Questo è un altro motivo di disappunto. Far modificare il quadro normativo e giuridico europeo per adattarlo alla politica dei lobbisti di un altro paese è una questione di sovranità nazionale.

La nuova economia. Ma come si è arrivati a questo? E’ chiaro che i paesi occidentali hanno rinunciato da tempo a competere con i Brics sulla produzione manifatturiera e questo accordo evidenzia il fatto che in un’economia globale e finanziarizzata la competizione si è spostata dalla qualità delle merci alle aule di tribunale, dalla disponibilità di materie prime alla tutela degli asset immateriali delle aziende e quindi all’adozione di meccanismi legislativi in grado di applicare norme vantaggiose per i titolari di diritti intellettuali, spesso a discapito degli interessi stessi dei singoli paesi aderenti.

ACTA, infatti, nonostante il nome, non si occupa solo di contraffazione ma di ogni aspetto della cosiddetta proprietà intellettuale come definita dagli accordi Trips, e quindi di brevetti, copyright, marchi, segreto industriale, indicazioni geografiche, circuiti integrati, disegno industriale e pratiche competitive.  Le multinazionali che spingono ACTA hanno un interesse specifico nel campo dei biocarburanti e dei farmaci, quindi degli alimenti geneticamente modificati, delle sementi, delle molecole, dei metodi e processi di trasformazione della materia o dell’energia. In un’economia fatta di idee, informazioni, conoscenze e scambio linguistico dove il capitale fluisce nei circuiti finanziari e l’impresa è deterritorializzata, la proprietà intellettuale non è solo un fatto di film e musica.

ACTA inoltre impone delle restrizioni all’interoperabilità dei contenuti e del software che arrecheranno notevoli danni ai consumatori e alle piccole e medie imprese ed introduce il concetto di “incitamento alla violazione del copyright” che non fa parte del quadro legale europeo e ostacola l’accesso ai contenuti anche quando questo è legale.

Questo solo esempio ci fa capire che Acta disincentiva l’innovazione che spesso cresce in quell’area grigia dove è facile violare la proprietà intellettuale mentre si fa ricerca e innovazione all’interno di un processo che viene frenato dal timore di cause legali a causa dell’incetta di brevetti e copyright da parte delle corporations  che si traduce in una vera e propria barriera al mercato per le piccole e medie imprese.

Se un rafforzamento della repressione contro la falsificazione dei prodotti può essere condivisibile e auspicabile, in particolare per quanto riguarda la tutela della salute delle persone, non è possibile ammettere altrettanto quando ciò riguarda il diritto dei paesi in via di sviluppo all’accesso ai farmaci e l’inibizione all’utilizzo della Rete per le persone che, senza scopo di lucro, condividono cultura e conoscenza attraverso il medium del nuovo millennio, in particolare quando ciò viene fatto con procedure invasive della privacy e senza garanzie giudiziarie.

Il Trattato ACTA contiene disposizioni che andrebbero a modificare il quadro legale dell’Unione Europea, rendendo responsabili i fornitori di connettività e servizi di ciò che le persone immettono su Internet, facendo cadere i principi di mere conduit e di neutralità della Rete che sono stati i fondamenti grazie ai quali essa finora è riuscita ad affermarsi come strumento essenziale per il commercio, la libertà d’espressione, l’arricchimento culturale e la partecipazione democratica.

Acta: un fatto legislativo, non commerciale. Negli Usa non è considerato un trattato. Se lo fosse, dovrebbe passare per un voto al Senato, ma l’amministrazione Obama lo ha dichiarato un “accordo esecutivo” che lo renderebbe vincolante solo in accordo alla Convenzione di Vienna sulla Legge dei Trattati del 1969 che non è stata ratificata dagli Stati Uniti. La manovra americana è perfettamente coerente con gli scopi dell’amministrazione Obama di mantenere un’asimmetria vantaggiosa per gli interessi dell’industria della “proprietà intellettuale” di casa propria: esportare un tipo di enforcement concernente la “proprietà intellettuale” verso paesi terzi, senza essere vincolati da quell’enforcement, per permettere alle industrie americane di conquistare un vantaggio competitivo rispetto alle industrie straniere.
ACTA lederà le libertà dei cittadini italiani e il commercio nazionale molto più di qualsiasi ordinario accordo commerciale.

L’Italia sarà legalmente vincolata a questo accordo, ma il Parlamento italiano non è mai stato informato nel merito dei contenuti né ha potuto analizzare l’impatto che questo accordo avrà sul nostro sistema legale anche se la tanto discussa delibera AGCOM ne recepisce quasi interamente le ragioni (Vedi Repubblica del 5 maggio 10).

ACTA è solo in apparenza un accordo commerciale: in realtà esso è di natura legislativa. Perciò è Inaccettabile che i parlamentari italiani siano stati esclusi dal processo, mentre 42 dirigenti delle industrie con interessi correlati a brevetti e copyright hanno potuto accedere ai documenti e concorrere alla loro formulazione, mentre si richieda di accettare come fatto compiuto i risultati di un lavoro svolto in segreto.
Non è ammissibile che a decidere del futuro della libertà e ad interferire con le leggi di uno Stato sovrano siano pochi funzionari e rappresentanti di corporation.

(31 gennaio 2012)   Repubblica.it

 
 

“AGRICOLTURA”

Ue, soldi ai contadini
che salvano il paesaggio

Ue, soldi ai contadini che salvano il paesaggio

 

 
Nella bozza della nuova Pac anche interventi per favorire la differenziazione delle colture e la biodiversità. Mauro Agnoletti, professore alla facoltà di Agraria di Firenze: “In questo modo si investe nella tutela del paesaggio, favorendo chi limita le emissioni di carbonio e i concimi chimici”

ROMA - L’Europa agricola gira pagina. Più soldi andranno a chi proteggerà il paesaggio rurale. A chi curerà i terrazzamenti, le siepi, gli stagni, i fossi, i filari di alberi. A chi, invece delle immense estensioni di solo grano o di solo mais, preferirà differenziare le colture e quindi la biodiversità. A chi farà dell’agricoltura un fronte per frenare i cambiamenti climatici. La svolta era nell’aria. Ora è nero su bianco nella bozza della nuova Pac (la Politica agricola comunitaria) messa a punto dalla Commissione europea e valida dal 2014 al 2020. Adesso comincia un faticoso lavorìo perché i singoli paesi proporranno aggiustamenti. La traccia resta però questa ed è chiara la prescrizione a praticare un’agricoltura che recupera metodi tradizionali a scapito di un’agricoltura industriale.

“Stavolta, invece di una vaga esortazione, L’Europa investe fondi nella tutela del paesaggio, favorendo chi limita le emissioni di carbonio e i concimi chimici e contrastando un’agricoltura divoratrice di energia”, spiega Mauro Agnoletti, professore alla Facoltà di Agraria di Firenze, fra i promotori di questa inversione di tendenza. La Pac destina in sette anni 400 miliardi di euro all’agricoltura comunitaria. 1 miliardo e 200 milioni ogni anno sono indirizzati a interventi agro-ambientali, il cosiddetto greening. Uno dei punti di svolta è l’incentivo a chi diversifica le colture. L’articolo 30 stabilisce che per accedere ai finanziamenti, ogni agricoltore che possiede oltre 3 ettari di superficie deve praticare almeno 3 diverse coltivazioni: chi possiede 100 ettari può seminarne a granturco, per esempio, non più del 70 per cento, il 15 deve destinarlo a pomodori o melanzane, il restante 15 a legumi o ad alberi da frutta. “L’Europa finanzia chi salvaguarda un mosaico paesaggistico complesso, che è una delle caratteristiche più apprezzate del paesaggio rurale italiano e che però nel nostro paese si è andata perdendo, si è semplificata e banalizzata, non solo a causa dell’espansione edilizia, ma anche per l’abbandono dei terreni, circa 130 mila ettari l’anno, e per l’incedere dei boschi, che aumentano di 80 mila ettari l’anno”, aggiunge Agnoletti. L’Europa indica un’altra strada. Almeno il 7 per cento di ogni proprietà (recita l’articolo 32) deve essere costituito da “aree di interesse ecologico”, che possono avere al loro interno terreni a riposo, terrazzamenti e altri “elementi caratteristici del paesaggio”, che poi andranno definiti territorio per territorio, ma di cui la Commissione stila una prima lista: terrazzamenti, siepi, alberi in filare… “L’Italia dovrebbe includere altri elementi, come colture promiscue, viticoltura, olivicolturae frutticultura tradizionale”, insiste Agnoletti. E poi vanno conservati i prati permanenti e le superfici per il pascolo, che in Italia sono diminuiti da 6 milioni (1861) a 3 milioni di ettari odierni.

“È molto significativa l’attenzione ai terrazzamenti, che hanno caratterizzato per secoli il paesaggio italiano, dalla Valtellina alla Toscana alla costiera amalfitana”, spiega Agnoletti. Laddove sono stati conservati, hanno anche impedito le frane, come in Liguria: “Per conto del Fai abbiamo condotto un’indagine nelle zone distrutte dall’alluvione di ottobre. Solo in 5 casi su 88 le frane hanno interessato terrazzamenti. Nel 95 per cento hanno investito terrazzi abbandonati e invasi da vegetazione arboreao arbustiva”

30 gennaio 2012   Repubblica.it